martedì 3 luglio 2012

Trivelle d'Italia. Perché il nostro paese è un paradiso per petrolieri di Pietro Dommarco. Prefazione di Mario Tozzi. Con un'intervista a Maria Rita D'Orsogna (Altreconomia Edizioni)


Di recente mi sono imbattuto in un libro che affronta questioni piuttosto delicate, come la questione delle trivellazioni per la ricerca del petrolio nel nostro paese. Faccio riferimento al bel lavoro di Pietro Dommarco dal titolo “Trivelle D’Italia” edito da Altreconomia edizioni. Intanto stiamo parlando di una firma autorevole in ambito ambientale dal momento che Dommarco è scrittore e giornalista freelance, con una propria specializzazione in tematiche ecologiche  inerenti all’ambiente e alla sua tutela, collabora con il mensile Altreconomia e da tempo gestisce e cura il blog www.pietrodommarco.it, che invito a seguire dal momento che offre puntualmente innumerevoli spunti di riflessione. Se definissimo il nostro Bel Paese come un gruviera dove sia in terra che in mare i “buchi” sono all’incirca mille, non sbaglieremmo, e non cadremmo in errore se ci ponessimo per un attimo la domanda di quanto può durare ancora l’economia fossile, non solo in Italia, ma anche a livello planetario. “Trivelle d'Italia” cerca di  spiegare perché i petrolieri hanno alle nostre “latitudini” la libertà di perforare la terra e i fondali italiani non solo liberamente, ma anche con non piccole agevolazioni fiscali. Da noi le “percentuali di compensazione ambientale” sono rispetto al resto del mondo bassissime, ed ecco come vi siano più di un centinaio di concessioni e ben oltre mille pozzi attivi e produttivi. E nonostante questo sono più gli aspetti negativi che quelli positivi di una politica a dir poco “buonista” in tal senso, dal momento che di occupazione in più nemmeno l’ombra, e di tutela dell’ambiente nemmeno a parlarne. Quella di Pietro Dommarco rappresenta un’analisi che va giù in profondità e riesce con estrema lucidità e senza troppi giri di parole a fare una mappa dei tanti “micro Texas” d’Italia dal mare della Sicilia a Porto Marghera sino alla Bassa Padana. Quello naturalmente che viene con chiarezza quasi “urlato” dall’autore è che i petrolieri scelgono così tanto l'Italia perché la legislazione è molto permissiva tanto che i signori del petrolio sono quasi incentivati a proporre estrazioni dappertutto in quanto rispetto a qualsiasi altra nazione del mondo le royalties sono quasi inesistenti. Ben venga allora il lavoro impegnato di Pietro Dommarco, che fa un po’ di luce su questioni che vengono mantenute il più delle volte, in pesanti zone grigie d’informazione che lasciano all’oscuro di tutto la gente.


 Dicembre 8, 2011. Per prelevare petrolio di scarsissima qualità al 12esimo livello (su 50 di max purezza) lo Stato Italiano ha ceduto la sovranità concedendo licenze di prospezioni e trivellazioni a compagnie straniere e finte nazionali in quasi tutte le Regioni, per derubare l’Italia delle sue ultime e profonde risorse energetiche. I danni ambientali che seguiranno a queste pratiche potranno essere irreparabili per decenni o secoli. Non vi saranno profitti per le popolazioni locali che saranno costrette a convivere in situazioni di inospitalità ed insalubrità.

Ecco cosa dicono la Prof.ssa Maria Rita D’Orsogna e il Dr. Milan Roberto in “L’Italia preda delle trivelle texane”:

In questi ultimi anni l’Italia è tornata nel mirino delle ditte petrolifere di mezzo mondo. Che avessimo piccoli giacimenti di idrocarburi era noto già da molto tempo, ma questi non sono mai stati sfruttati perchè economicamente non conveniente. Il nostro petrolio è di qualità scadente, modesto in quantità, scomodo da estrarre perchè posto in profondità e in una nazione fortemente antropizzata, sismica e soggetta a subsidenza. Oggi si assiste ad una “rinascita” dell’attività petrolifera in Italia. Questo è dovuto senz’altro alla maggior richiesta da parte di India e Cina, al fatto che i migliori giacimenti mondiali sono in fase di esaurimento, a migliori capacità tecnologiche, e soprattutto al fatto che è facile speculare in Italia. Gli stessi petrolieri sulle loro comunicazioni interne parlano di facili guadagni in Italia, di basse royalties, di scarsa opposizione politica, di facilità nell’ottenere permessi ambientali e burocratici. Per esperienza, so che è cosi. Il popolo non è mai sufficientemente informato e spesso ne viene a sapere per caso o o ad affare fatto. I limiti per le emissioni di idrogeno solforato dalle raffinerie italiane è di circa 30ppm, a fronte di un limite massimo tollerabile per la salute umana di 0.5ppm come stimato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Le royalties in terraferma sono del 10% e del 4% in mare. In Libia o in Norvegia ad esempio, lo Stato trattiene oltre l’80% dei guadagni ma anche in Canada, dove l’industria non è statale, le royalties sono di circa il 40%. In Italia fino al 2010 si poteva trivellare liberamente lungo le nostre coste, senza limiti. Dall’anno scorso e’ stata introdotta una zona franca di 5 miglia nautiche da riva. In California lo stesso è di 100 miglia da riva, per salvare turismo, pesca e qualità della vita. E’ evidente che in situazioni simili è facile venire in Italia e speculare. Non molti lo sanno, ma ci sono progetti per trivellare parchi, la laguna veneta, le coste siciliane, Pantelleria, le isole Tremiti, il Gargano, i campi del Montepulciano d’Abruzzo, la Pianura Padana, il tutto sul modello della già martoriata Basilicata, il primo esperimento italiano di trivelle a larga scala, iniziato 15 anni fa per opera dell’ENI. Nell’immaginario collettivo c'è l’idea che petrolio equivale a ricchezza, ma non è cosi. Dalla Lucania ogni giorno emergono notizie di petrolio subentrato nella catena alimentare, di rifiuti petroliferi smaltiti fra i campi, di sostanze di scarto che finiscono nelle dighe di acqua, di esalazioni di idrogeno solforato fuori da ogni limite accettabile per la salute umana, di agricoltura compromessa in certi luoghi, di pozzi di petrolio proposti nei pressi di ospedali e centri abitati, di scarsi controlli ambientali e fiscali. Tutte le statistiche Istat continuano a collocare la Basilicata fra le due o tre regioni più povere d’Italia, l’emigrazione aumenta, i giovani non hanno prospettive. Il clima è di forte omertà – la chiesa non si azzarda a parlare, i politici sono troppo timorosi di fare la cosa giusta, e la societa’ civile si sente impotente. L’ENI aveva promesso loro un monitoraggio ambientale che è’ stato messo su solo 12 anni dopo l’inizio delle trivellazioni e che a tutt’oggi è saltuario e incompleto. Non è accettabile, non è giusto.
(Questo mio intervento è apparso sul quotidiano Paese Nuovo del 30 giugno 2012)

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