giovedì 20 dicembre 2012

“Il futuro è più che roseo … è Green 3.0 “ .



 “Da quando mi occupo di segnalare progetti editoriali, realtà imprenditoriali o pubblicazioni che in qualche modo sono riconducibili alle tematiche che riguardano la salvaguardia del patrimonio “verde” italiano e mondiale (l’ho fatto occupandomi di diverse realtà e situazioni dalla Puglia al Piemonte e lo faccio tutt’ora attraverso la rivista che curo personalmente che si chiama G.E.E.R ovvero la Green Economy Express Review consultabile a questo link), mi accorgo di come la coscienza e l’attenzione verso le problematiche ambientali non solo sta crescendo, ma sta diventando sempre più puntuale nel cogliere i problemi più pesanti per cercare di risolverli. Scopro con estremo piacere e proprio in questi giorni, un’interessante pubblicazione, per Mondadori Università, di Maurizio Guandalini e Victor Uckmar. dal titolo “Green 3.0”. L’assioma principale, che condivido pienamente, riguarda il fatto che, nella difesa dell’ambiente e degli eco-sistemi, non si può prescindere da una cultura dell’impresa che si faccia garante, attraverso categorie indispensabili come: efficienza, professionalità, competenze, sicurezza, di uno sviluppo “green” che nel nostro Paese sta trasformando molti vecchi stereotipi in tali ambiti. 


Mio intervento qui su Libri Bari blog de La Repubblica

lunedì 17 dicembre 2012

Intervista di Stefano D’Almo ad Angelo Consoli su G.E.E.R. (Green Economy Express Review)

G.E.E.R. (Green Economy Express Review) la rivista che curo e dirigo, riguarda la green economy e la green philosophy a 360° gradi. Ospita interventi di personalità dell'universo ambientale, di politici, giornalisti, di manager appartenenti a gruppi e aziende internazionali e offre spazio a recensioni editoriali, video e news che contribuiscono a dare spessore alla coscienza green, che oggi, più che mai, è chiamata a rivelarsi e promuoversi. Stefano D’Almo  intervista (verrà pubblicata in due parti) Angelo Consoli (European Director - The Office of Jeremy Rifkin.  T.I.R.E.S. Third Industrial Revolution European Society. C.E.T.R.I. Cercle Européen pour la Troisième Révolution Industrielle) su direzioni e complessità dello stato dell’energia e della green economy da un punto di vista sociopoilitico

 L’intervista si può leggere qui



Angelo Raffaele Consoli, dal 2009 a oggi è Presidente del Circolo Europeo Cetri-Tires. Dal 2002 a oggi è Direttore dell'Ufficio Europeo di Jeremy Rifkin. Ha offerto la sua consulenza alla Direzione Energia della Commissione europea per l’elaborazione della strategia europea mirante al coinvolgimento degli enti locali nella politica energetica europea, cosiddetto Patto dei Sindaci. Ha partecipato alla elaborazione di quattro Master Plan (Sna Antonio Texas, Utrecht, Montecarlo e Roma Capitale). A livello di enti locali  italiani, ha fornito la sua esperienza al Presidente Nichi Vendola (Regione Puglia) al Presidente Raffaele Lombardo (Regione Siciliana), al Presidente Claudio Martini (Regione Toscana), a Gianni Alemanno (Sindaco di  Roma), a Marta Vincenzi (Sindaco di Genova), a Michele Emiliano (Sindaco di Bari), ad Andrea Gnassi  (Sindaco di Rimini), a Giuliano Pisapia (Sindaco di Milano). Ha partecipato alla elaborazione del SEAP per Roma Capitale, e alla elaborazione della domanda e susseguenti attività negoziali per il programma di assistenza tecnica E.L.E.N.A. per Roma Capitale. E’ stato consulente informale della direzione del dipartimento ambiente e del dipartimento energia della Regione Siciliana,  nella cui posizione ha partecipato fra le altre cose, alla elaborazione del Piano Energetico Ambientale regionale, PEARS. E’ coordinatore della piattaforma per la terza rivoluzione  industriale con dirigenti delle le principali aziende, IBM, Philips. Acciona, Bouygues, Diamler, EPIA, UTC-Hydrogen solutions, Hydrogenics, AWEA. Ideatore e coordinatore del F.R.E.D.  Sicilia, forum regionale per l’energia distribuita costituito con CGIL Sicilia, Confindustria Sicilia, CNA, Confartigianato, Confocooperative, lega Coop, Federconsumatori, ANCE Sicilia, e CETRITIRES,  mirante a dare sostegno alle politiche energetiche distribuite su scala regionale. Ha speso 25 anni di vita professionale all'estero, principalmente a Bruxelles, dirigendo equipes composte  da professionisti di diverse nazionalità, e questo gli ha permesso di destreggiarsi nel coordinamento di  progetti e nella gestione di programmi internazionali in un ambiente multi-culturale e plurilingue, consentendogli  d vantare un vasto patrimonio d contatti professionali e personali con decisori politici amministrativi e imprenditoriali a tutti i livelli dell’Unione Europea e di numerosi stati  membri.

martedì 4 dicembre 2012

“Soluzioni di casa – Risparmio e Ambiente” di Flavia Alfano e Titty D’Attoma (Vallardi). Mio intervento apparso sul Blog de La Repubblica in data 17 novembre 2012



È un prodotto della storica casa editrice Vallardi la pubblicazione di cui mi occuperò questa volta. Acquisita negli anni ’90 dal Gruppo Editoriale Mauri Spagnol, questa azienda può vantare oltre 250 anni di storia, un’avventura iniziata quando, nel 1750, Francesco Cesare Vallardi cominciò la produzione di libri stampati a Milano, in Contrada Santa Margherita. La linea editoriale seguita oggi dalla casa editrice, di cui ho apprezzato diverse pubblicazioni, l’ha resa leader nel settore della manualistica con una serie di volumi che spaziano dalla matematica alla filosofia, dalla storia alla fisica, per un totale di quasi 100 titoli, distribuiti tra le diverse collane. Il libro cui ho fatto cenno poche righe più sopra mi ha particolarmente colpito e divertito, sia per lo stile accattivante, sia per la semplicità di esposizione dei contenuti, ed è l’ultimo lavoro di Flavia Alfano e Titty D’Attoma dal titolo, “Soluzioni di casa –Risparmio e Ambiente”. Flavia Alfano, tarantina di nascita ma milanese d’adozione, dopo una folgorante carriera nel gruppo Rizzoli Corriere della Sera, arriva a cariche dirigenziali in Publitalia ’80, per poi assumere l’impegno di responsabile delle Relazioni Esterne di Mondadori Pubblicità. Titty D’Attoma, perugina, si occupa invece dell’azienda di famiglia, la Ellesse, prima di trasferirsi a Milano (con la sua attuale famiglia) prima, facendo ingresso nella neonata Publitalia ’80, poi, approdando a Mediaset, agli inizi come responsabile della Comunicazione televisiva per cinema e fiction e, successivamente, dell’ufficio Licensing e Merchandising.


mercoledì 21 novembre 2012

STOP AI BLACK OUT ELETTRICI E AI DISSERVIZI DI RETE



E’ questo l’obiettivo da raggiungere, attraverso una strategia di sistema. In Italia un parco trasformatori da 5-8 miliardi, ma i rischi di danni indiretti da esplosioni, incendi, o altro, valgono da dieci a venti volte di più. E pesano pure sulla nostra bolletta. Fatti recenti, come il black out che ha lasciato al freddo e al buio milioni di newyorkesi al passaggio di Sandy hanno riproposto con forza il problema dell’affidabilità del sistema elettrico in un mondo che ne è sempre più dipendente. Molti ricorderanno lo sconcerto in cui fu gettata l’Italia nel 2003, per via della pur breve interruzione elettrica causata dalla temporanea caduta delle linee elettriche internazionali.
Questo argomento è stato al centro del meeting internazionale “Mytransfo 2012” che si tiene a Torino oggi e domani, presso il Museo dell’Automobile, a cura della società torinese Sea Marconi Technologies. Al summit, giunto quest’anno alla sua sesta edizione, prendono parte esperti dei big mondiali dell’elettricità provenienti da tutto il pianeta.

Solo negli ultimi anni nel mondo si sono verificati almeno sei grandi black out: in Brasile, Giappone, India, Stati Uniti, Australia e Cina. Un altro era sul punto di accadere in Germania ma è stato evitato all’ultimo istante. “ Il problema” – sostiene il professor Massimo Pompili, docente alla Sapienza di Roma – “è che le grandi reti elettriche sono sempre più esposte a perturbazioni che possono scaturire da una molteplicità di eventi, a causa della loro crescente complessità e della diffusione delle cosiddette “smart grid”.
L’ultimo black out cinese, ad esempio, è stato causato dal distacco simultaneo di cinque centrali eoliche, il che ha provocato un improvviso e drastico “buco” nella fornitura di energia. A ciò si aggiungono i guasti che possono coinvolgere quegli speciali componenti di rete (fondamentali, ma pressoché sconosciuti ai più) che vanno sotto il nome di “trasformatori”.

Nel corso dei lavori si è discusso di come prevenire o mitigare tali rischi. “Stiamo rivedendo le regole allo scopo di dotarci di strategie e piani di sistema che ci aiutino a capire quando sta per verificarsi il distacco degli impianti e trovare una soluzione rapida al problema” sottolinea Vander Tumiatti -.fondatore di Sea Marconi Technologies e imprenditore – “il punto è ridurre il rischio privilegiando la prevenzione, piuttosto che la protezione”. Essenziale a questo proposito è l’adozione del “Life Cycle Management”, ovvero una procedura per la valutazione del ciclo di vita delle apparecchiature.
Saremo così in grado di comprendere quale rischio reale, per la collettività ma anche per le finanze delle imprese, esse rappresentino”. Senza dimenticare che i disservizi che possono derivare da questi cruciali componenti gravano anche, attraverso specifiche voci, anche sulla nostra bolletta elettrica.


Sul web  

A TORINO IL SUMMIT MONDIALE DEI BIG DELL’ ENERGIA



Il 21 e 22 novembre Torino ospita “My Transfo 2012”, la conferenza internazionale per la protezione del parco trasformatori strategici in olio dei sistemi energetici. Torino, 21-22 novembre 2012. E’ il Centro Congressi del Museo Internazionale dell’Automobile a fare da scenario alla sesta edizione di “My Transfo 2012”, cui partecipano i più autorevoli esperti internazionali di settore ed i delegati dell’energia mondiale (EDF, Enel, Terna, National Grid, Electrabel, GDF-Suez, Edison, Edipower, Iren, Siemens, ABB, ecc.) di 4 continenti e 22 paesi. “My Transfo 2012” è la più importante conferenza per la gestione e la protezione dei parchi trasformatori & apparecchi strategici con fluidi isolanti dei sistemi energetici (generazione ,trasporto, distribuzione ed uso dell’energia nelle utilities, nell’industria ,nei servizi e difesa) in conformità ai requisiti dello sviluppo sostenibile (RIO+20), dello stato dell’arte, delle leggi e delle norme tecniche di settore.
Nella conferenza vengono presentate le esperienze internazionali, le migliori tecniche disponibili (BAT) e le migliori pratiche ambientali (BEP) per migliorare la sicurezza e l’affidabilità dei sistemi energetici, per la prevenzione e/o mitigazione dei rischi tecnologici, per i lavoratori, la salute pubblica e l’ambiente. Lo scopo della conferenza è quello di stimolare lo scambio di esperienze nella gestione intelligente del ciclo di vita (Smart LCM) di parchi macchine per arrivare a formalizzare nuove norme tecniche aggiornate e linee guida efficaci da implementare con le migliori soluzioni sostenibili sotto il profilo tecnico-scientifico, economico, ambientale e sociale.
I temi di particolare priorità sono le tecniche per prevenire i danni diretti (degrado e/o guasti con danni alle macchine e persone), i danni indiretti (mancata produzione di energia, black-out) ed i danni ambientali (contaminazioni di matrici ambientali per perdite ,scoppi e/o incendi di oli e di sostanze pericolose e/o persistenti come i PCBs, i PCCDDiossine, PCDF-Furani, POPs, PCA, ecc.).
La scorsa edizione, ospitata nel 2010 presso l’Aula Magna del Politecnico di Torino e con la introduzione plenaria del Prof. Francesco Profumo - ex Rettore (ora Ministro del MIUR) ha ricevuto consensi unanimi. Le numerose novità introdotte hanno contribuito a rendere l’evento più dinamico con maggior interazione fra i partecipanti e gli esperti. A creare nel 2002 “My Transfo”, è stato Vander Tumiatti, Imprenditore e Fondatore della Sea Marconi (1968) ed esperto internazionale di settore (IEC,CENELEC, CIGRE, PEN-UNEP, Membro IEEE;ACS, ecc.). Sea Marconi, principale Sponsor della Conferenza, è una PMI innovativa di Torino le cui attività principali sono la ricerca, le tecnologie, i servizi ed i prodotti per l’energia & ambiente, con oltre 3000 clienti (in tutti i settori merceologici utilities, industria, servizi e difesa) in 40 paesi. Dal 2002, con frequenza biennale, da sempre a Torino (Italia), “My Transfo” è un’opportunità unica di confronto, di valorizzazione e di aggiornamento tecnico-professionale che determina un positivo impatto per tutti gli operatori di settore, per gli assicuratori, per le relazioni sociali ed istituzionali e per gli stakeholders coinvolti nella gestione del ciclo di vita (25-40 anni circa) dei parchi trasformatori ed apparecchi con fluidi isolanti (oltre 500.000 unità in Italia) dei sistemi energetici, capillarmente diffuse nel territorio e di grande valore economico di rimpiazzo (oltre 5-8 miliardi di
Euro).

Info

venerdì 16 novembre 2012

Ecomusei del Salento- Un libro assolutamente da leggere



L’argomento di cui desidero parlarvi oggi è una pubblicazione dedicata ad un tema un po’ particolare, quello dei cosiddetti “ecomusei”. Proprio in questi giorni ho infatti avuto il piacere di imbattermi in un libro, edito da Franco Angeli, che reputo degno di grande considerazione. Mi riferisco all’ultimo lavoro di Francesco Baratti, dal titolo: “Ecomusei, paesaggi, e comunità. Esperienze, progetti e ricerche nel Salento”. Francesco Baratti, architetto e archeologo con un background non indifferente, progettista di numerosi parchi e musei del Salento, ha realizzato il Museo diffuso di Cavallino, il Parco dei guerrieri di Vaste, l'Ecomuseo dei paesaggi di pietra di Acquarica.
L’autore ha insegnato per diversi anni Archeologia del paesaggio all'Università del Salento ed oggi collabora con la Scuola di Specializzazione in Archeologia dell'Ateneo salentino. Ecomusei, paesaggi e comunità è (a dire delle numerose segnalazioni uscite su questa pubblicazione) l’espressione più aggiornata e matura del suo lavoro e percorso di ricerca. Si tratta di un’opera che si concentra soprattutto nella ricerca di percorsi analitici in grado di produrre un’attiva partecipazione di gruppi sociali localizzati, sia di micro sia di macro proporzioni, volti ad attivare processi di sensibilizzazione nei confronti principalmente del patrimonio ambientale locale salentino.
Si tratta di un lavoro che si rivolge non solo agli addetti ai lavori dell’ambiente, ma anche a urbanisti, operatori culturali, architetti, economisti, che debbono prendere su di sé “l’onere” e l’onore morale di farsi “ermeneuti” di una sfida a tutti gli effetti. La tutela del paesaggio, e soprattutto con quali strumenti e attività è possibile realizzarla, pone spesso questioni che non sempre sono in grado di generare una semplice risposta e forse tutto deve partire dal tentativo di riflettere sulla possibile costruzione di una nuova e differente società del paesaggio dove politici, cittadini, imprenditori, si sollecitano vicendevolmente a tenere in diverso conto il patrimonio culturale che un paesaggio offre. Dunque, la proposta teorico-formale di Baratti rivolta alla società civile e imprenditoriale salentina tutta, è che realizzi un modello locale autostenibile, che responsabilmente provveda a sorvegliare, proteggere, e tramandare una specie di  eco-memoria, ovvero la costruzione di una progettualità della preservazione a lunga scadenza, che valga quindi per le future generazioni che abiteranno il paesaggio.
Una particolarità interessante di questo libro è il forte accento posto da Baratti sul ruolo che debbono svolgere, nell’ambito di questo processo, i singoli individui. A ciascuno si chiede, infatti, di contribuire responsabilmente alla valorizzazione e alla preservazione dei beni che appartengono alla comunità: il paesaggio, la memoria, i luoghi, modi e stili di vita degli abitanti, il patrimonio edilizio, la produzione di beni e servizi adattati alle domande e ai bisogni delle persone. Presupposto di questa responsabilizzazione è però un profondo e radicale cambiamento culturale, che dalla spoliazione del territorio conduca alla comprensione e valorizzazione delle sue innumerevoli peculiarità e risorse.  
Ma quello che mi ha incuriosito particolarmente di questo libro è la sua ibrida modalità espressiva: a volte ho avuto l’impressione di leggere un avvincente diario di bordo, a volte un rigoroso saggio scientifico. Se posso dare un consiglio ai suoi lettori, è quello di i soffermarsi soprattutto sulle esperienze dei laboratori ecomuseali sorti in provincia di Lecce con l’intento di restituire  alle diverse comunità di cittadini le proprie tradizioni, la propria cultura a partire proprio dai contesti paesaggistici. Per Baratti inoltre è fondamentale la sinergia con l’archeologia come prassi metodologica per la tutela del patrimonio ambientale, e senza la quale i rischi di errori, anche gravi, a livello tutelativo per il paesaggio e l’ambiente sarebbero davvero tanti. Libro assolutamente da leggere.

“Ecomusei, paesaggi, e comunità. Esperienze, progetti e ricerche nel Salento” di Francesco Baratti edito da Franco Angeli. (mio intervento apparso sul quotidiano Paese Nuovo del 6 novembre 2012)

lunedì 5 novembre 2012

“La Terza Rivoluzione Industriale” di Jeremy Rifkin, edizioni Mondadori



E’ solo questione di tempo; l’era del petrolio sta volgendo alla fine e il prezzo dell’oro nero salirà nei prossimi decenni fino a raggiungere un picco insostenibile. Nel frattempo le emissioni di anidride carbonica derivanti dalla combustione dei fossili sta elevando la temperatura della Terra e minacciando un cambiamento nella chimica e nel clima globale del pianeta che non ha precedenti. Si tratta di fattori che influenzeranno pesantemente tutte le decisioni politiche ed economiche dei prossimi cinquanta anni. La questione fondamentale a questo punto è:  come far crescere un’economia globale sostenibile uscendo dal paradigma di un regime energetico giunto ormai al capolinea, i cui costi esternalizzati, economici e ambientali, sono ormai inaccettabili?  Una risposta a questa domanda si trova nell’ultimo libro di Jeremy Rifkin, “La terza rivoluzione industriale”, uscito da poco anche in Italia per le edizioni Mondadori. Un libro fondamentale, che ho letto con grande interesse e che consiglio vivamente a tutti coloro che desiderino comprendere cosa ci prospetta il futuro e cosa stanno facendo i governi mondiali per esplorare nuovi modelli energetici ed economici che consentano di avvicinarsi il più possibile all’obiettivo “emissioni zero” di carbonio.
Ma Rifkin non si limita a descrivere gli scenari futuristici dell’energia e dell’ambiente. Egli compie invece un’analisi approfondita che, partendo dai principali accadimenti storici dell’economia mondiale, ricostruisce gli stretti rapporti sinergici tra energia e comunicazione, fino a prefigurare una rete mondiale di distribuzione intelligente dell’energia basata sul modello rappresentato dal web. Secondo l’autore, la Terza Rivoluzione Industriale comincia a spuntare all’orizzonte e la prima regione al mondo che riuscirà a sfruttare il suo pieno potenziale guiderà lo sviluppo economico per il resto del secolo. L’Unione Europea, ha fatto le sue prime mosse, stabilendo che, entro il 2020, il 20% di tutta l’energia prodotta sarà generata da fonti rinnovabili. Impegnandosi per un futuro di energia rinnovabile l’UE ha gettato le basi per un’era economica sostenibile e ad emissioni zero. Non basterà, però. Sarà necessario aggiungere almeno due pilastri: l’introduzione di tecnologie di idrogeno insieme ad altre tecnologie quali batterie e ri-pompaggio idrico per immagazzinare le forme intermittenti di energia rinnovabile; e la creazione di reti energetiche intelligente di dimensioni continentali ( smart “intergrid” ), per fare sì che forme distribuite di energia rinnovabile siano prodotte e distribuite con la stessa facilità di accesso e trasparenza di cui oggi godiamo con la produzione e l’informazione su internet. Il libro descrive dettagliatamente i punti fondamentali da realizzare per gettare le fondamenta della Terza Rivoluzione Industriale e di una nuova era energetica per l’Unione Europea. Per Rifkin sono addirittura cinque i “Pilastri” complessivi su cui dovrà poggiare questo nuovo paradigma che è la TRI: 1) la scelta definitiva dell’efficienza energetica e delle fonti rinnovabili; 2) la trasformazione del patrimonio edilizio in impianti di micro-generazione; 3) l’impiego dell’idrogeno e di altre tecnologie di immagazzinamento dell’energia in ogni edificio; 4) l’unificazione delle reti elettriche dei cinque continenti in una inter-rete per la condivisione dell’energia; 5) la riconversione dei mezzi di trasporto, pubblici e privati, in veicoli ibridi elettrici e con celle a combustibile capaci di utilizzare e produrre energia.
La transizione verso questa nuova era, secondo l’autore, sarà accompagnata anche da una robusta ripresa occupazionale. Citando i ricercatori dell’Energy and Resources Group e della Haas School of Business dell’Università di Berkeley, Rifkin evidenzia come, sulla base delle proiezioni provenienti da numerosi e approfonditi studi, “abbattendo il tasso annuo di crescita della generazione elettrica della metà e puntando a una quota del 30% dei consumi energetici da fonti rinnovabili, negli USA si creerebbero  circa 4 milioni di anni di lavoro entro il 2030. In Germania, nel 2003, vi erano 260.000 occupati nel settore delle energie convenzionali (carbone, petrolio, gas e uranio), solo quattro anni dopo, nel 2007, il campo delle energie rinnovabili occupava 249.330 persone. Un dato straordinario, soprattutto se si pensa che queste ultime coprivano solo il 10% dei consumi energetici primari. In pratica, una percentuale così bassa di energie rinnovabili - sottolinea Rifkin -  ha creato tanti posti di lavoro quanto tutte le alte fonti energetiche nel loro complesso! 
Ma il caso spagnolo è ancora più eclatante: l’economia di questo Paese conta più di 188.000 occupati nelle energie rinnovabili, vale a dire cinque volte i posti di lavoro creati dal settore energetico convenzionale. E si noti che queste previsioni tengono conto solo del primo e secondo “pilastro” e sono quindi da considerare approssimate per difetto. Un messaggio che non dovrebbe restare inascoltato dai governi di Paesi, come il nostro, alla spasmodica ricerca di nuove prospettive di crescita e di sviluppo occupazionale. Da noi vi sono regioni (in senso geografico) ricche di creatività, arte, bellezza, storia e cultura,  ma anche di sole, biomasse residuali dall’agricoltura, di vento.  Per loro le energie rinnovabili distribuite potrebbero essere la chiave per incamminarsi con decisione sulla strada di un benessere diffuso e rispettoso dell’ambiente, capace non solo di creare opportunità di lavoro ancora inimmaginabili, ma anche di favorire la transizione verso una società più giusta, verso modelli culturali condivisi, più evoluti e consapevoli. E chi ha orecchie per intendere, intenda.

(articolo apparso su Paese Nuovo del 1 novembre 2012) 

martedì 23 ottobre 2012

Eco & green car. Guida all'auto ecologica e sostenibile di Maurizio Melis (Il Sole 24 ore)



I tempi cambiano come le mode, gli usi e i costumi. Ma al di là dei flussi e riflussi di carattere modaiolo, e dunque per definizione passeggeri e labili, vi sono cose che nel tempo hanno mantenuto uno status, una condizione, una simbologia, che definire granitici è poco. Per noi italiani, al primo posto in assoluto, e forse più della casa, vi è l’automobile. Tra il XIX e il XX secolo, al di là del boom industriale di questo specifico prodotto, la “questione automobile” appare più come una disputa di natura grammaticale: il Dizionario moderno di Alfredo Panzini all’epoca “recitava” in merito all’automobile che «Il genere maschile tende a prevalere». E che dire di Marinetti, ad esempio, che nel suo Manifesto del futurismo (pubblicato su Le Figaro del 20 febbraio 1909), scriveva all'articolo 4: «Un automobile da corsa [...] un automobile ruggente [...] è più bello della Vittoria di Samotracia.».

E di riferimenti di questo tipo ne potremmo certo citare a bizzeffe. Ma ora, quando si parla di automobile, si parla fondamentalmente di mobilità sostenibile, espressione che tende a indicare tutta quella serie di azioni connesse agli spostamenti da un luogo ad un altro (rimanendo sempre nell’ambito urbano) idonee a diminuire gli impatti ambientali sociali ed economici  prodotti dai veicoli privati. Per intenderci l'inquinamento atmosferico e le emissioni di gas serra, l'inquinamento acustico, il traffico congestionato derivato dal flusso di autoveicoli urbani, con tanto di degrado annesso, incluso il depauperamento del territorio causato dalla realizzazione di strade e delle relative infrastrutture. Un tema dunque di assoluta attualità, ma che a mio avviso meriterebbe approfondimenti maggiori, soprattutto con campagne di sensibilizzazione rivolte alla nuove generazioni, forse ancora in tempo per comprendere l’urgenza di operare al più presto con soluzioni green anche nell’ambito della mobilità.

Fortunatamente ci sono pubblicazioni come “Eco & green car. Guida all'auto ecologica e sostenibile” di Maurizio Melis, edito da Il Sole 24 ore che portano un po’ di luce tra le fitte maglie di un’informazione divulgativa non sempre chiara e imparziale. In questo libro assolutamente godibile, e accessibile a tutti grazie ad uno stile piano, fluido e chiarissimo, si viaggia attraverso le nuove frontiere della mobilità verde, dai veicoli elettrici, EREV, bifuel, full hybrid, plug-in e chi più ha più ne metta, con lo scopo di informare esaustivamente il lettore  su come il mondo dell’auto è in procinto di fare un vero e proprio salto di paradigma, con la consapevolezza che non stiamo parlando di anni ma forse di mesi. Ad oggi da Toyota e  Renault troviamo sul mercato numerosi modelli innovativi di auto elettriche e ibride. Anche se una vera svolta si potrà avere, una volta che si saranno superati alcuni non secondari problemi tecnici, con l’introduzione delle celle a combustibile ad idrogeno, una tecnologia assolutamente “green”, dato che i residui della combustione sono solo vapore acqueo e acqua. In attesa che queste ultime siano finalmente disponibili, il problema davanti a tanta offerta sarà quello di capire quale soluzione è la più vicina al rispetto dell’ambiente. Melis spiega il possibile e il plausibile in modo semplice e immediato rivolgendosi al lettore con la proposta di un punto di vista molto pratico.

(mio intervento apparso sul Quotidiano Paese Nuovo del 21 ottobre 2012)

sabato 13 ottobre 2012

Guida ai green jobs. Come l'ambiente sta cambiando il mondo del lavoro di Tessa Gelisio e Marco Gisotti (Edizioni Ambiente). Mio intervento sul quotidiano Paese Nuovo del 11/10/2012



In questo mio intervento torno a parlare delle effervescenti Edizioni Ambiente, cui si devono pubblicazioni, non solo di alto valore e spessore culturale, ma anche di grande attualità. Opere che ci aiutano a riflettere su questioni che devono starci a cuore, come l’ambiente e la nostra salute, temi che col passare del tempo stanno assumendo sempre più importanza. Oggi ci troviamo a dover dare seguito ad un imperativo categorico ineludibile, che ci impone di cambiare attraverso soluzioni che rispettino eco-parametri sempre più puntuali, sempre più a largo raggio. Ciò che ci viene chiesto è di cercare di mettere in discussione con maggiore forza (anche se certamente non è un’impresa facile) le condizioni e i termini di tutto quello che ha rappresentato la struttura dell’economia su scala globale. E’ senz’altro vero, infatti, che essa è affetta da una qualche forma di strana miopia, nel senso che, nel mezzo di una gigantesca crisi finanziaria,  i bisogni e le necessità della società, sono del tutto trascurati. E il termine “trascurati” non sarebbe sufficiente a comprendere il livello di attenzione che l’economia pone su questioni legate tanto alla società che all’ambiente. Naturalmente non si può approntare nessun tipo di discorso se prima non si lavora sulla risoluzione dei nodi teorico-pratici, etici, politici che stanno alla base di tutti quegli ostacoli o ambiguità che ruotano attorno alla macro-area della green economy. Molti sono gli interrogativi aperti, pochi i percorsi esplorativi miranti ad un miglioramento dello status quo, ma forse manca soprattutto la volontà di considerare concrete alternative a meccanismi economico-finanziari stritolanti. E quale migliore strada da percorrere se non quella che riguarda simultaneamente due aree di interesse piuttosto calde come l’ambiente e il lavoro? Sono passati quasi tre anni dalla sua prima edizione ed ecco che EA porta di nuovo in libreria una versione completamente rivista, aggiornata e ampliata della Guida ai green jobs a cura di Tessa Gelisio e Marco Gisotti, un libro che in ambito “eco” è divenuto un vero e proprio  punto di riferimento da cui partire per ragionare sui lavori verdi. Si tratta di un lavoro che chiunque abbia interesse al benessere ecologico dei contesti che agisce deve leggere perché, non solo rappresenta una bussola che dice al lettore cosa sta accadendo, ma suggerisce punti di vista assolutamente chiari su quali possono essere gli scenari futuri in ambiti adiacenti, che spaziano dalle energie rinnovabili ai rifiuti, all’ecofinanza, al green marketing & advertising, sino addirittura al green fashion. A testimonianza del fatto che non c’è ambito del mercato non sia stato travolto da un’onda green, che ha fatto cominciare a riflettere su aspetti come la riduzione degli sprechi e le incredibili opportunità occupazionali insite nella Green Economy. Ritengo la lettura di questo libro assolutamente imprescindibile perché analizza, nero su bianco, i lavoro verdi più richiesti, con tanto di percorso formativo da seguire per trovarli. E, cosa non secondaria, perché riporta le testimonianze dal campo, attraverso più di cinquanta interviste ai protagonisti della trasformazione di questa economia del futuro.

Tessa Gelisio è giornalista, conduttrice televisiva e presidente dell’associazione ambientalista forPlanet (www.forplanet.org). Esperta di comunicazione ambientale, scrive di ecologia e tematiche sociali legate all’ambiente su varie testate nazionali. Ha condotto programmi di divulgazione scientifica e naturalistica, tra cui “Oasi” (La7) e “Solaris” (Rete 4). Attualmente conduce “Pianeta Mare” su Rete 4 e la nuova edizione di “Cotto e mangiato” su Italia 1.

Marco Gisotti, giornalista e divulgatore, è uno dei massimi esperti in Italia di comunicazione ambientale, green economy e green jobs. Ha fondato l’agenzia di studi ambientali Green Factor (www.greenfactoronline.it) e dirige il master in Comunicazione ambientale presso lo Iulm di Milano, in collaborazione con il Cts. È fra i curatori del rapporto annuale “GreenItaly” di Unioncamere e Fondazione Symbola. Tiene conferenze di orientamento per università, scuole, imprese e da molti anni anima gli incontri legati al giornalismo ambientale del Festival internazionale di giornalismo di Perugia. Come autore televisivo ha scritto e ideato la serie di animazione “2 amici per la Terra” (Rai 3) e collabora alla trasmissione “DixitScienza” (Rai Storia). È direttore del premio Green Drop Award assegnato da Green Cross Italia e comune di Venezia alla Mostra d’arte cinematografica di Venezia.

lunedì 10 settembre 2012

CHI SI ACCONTENTA ...



Tra le letture che mi hanno maggiormente colpito di recente, c’è una delle ultime pubblicazioni di Edizioni Ambiente, un editore che seguo da tempo e con grande interesse. Sto parlando del lavoro di Diana Coyle, dal titolo “Economia dell'abbastanza. Gestire l'economia come se del futuro ci importasse qualcosa”. Diana Coyle ha conseguito un PhD in economia ad Harvard e guida una società di consulenza specializzata in tecnologia e fenomeni della globalizzazione ed è inoltre autrice di diverse pubblicazioni scientifico – economiche e consigliere della BBC, nonché visiting professor alla University of Manchester.
Il libro in questione è già diventato un caso letterario negli USA, ma va letto soprattutto perché ci fa riflettere su una necessità di fondo che sembra richiedere, e in maniera sempre più stringente, risposte serie e concrete: occorre pensare  un altro modo di concepire l’economia, e di farla, perché al di là di ogni ragionevole dubbio il sistema va radicalmente cambiato, partendo proprio da una riorganizzazione delle libertà che coinvolgono diversi settori della società, e della produzione. E’ giunto insomma il momento di elaborare una nuova sintesi, un grande piano di fuga, un’ idea che possa risolvere le quattro emergenze parallele dell'economia, della politica, della natura, e della morale.

Domanda: è possibile cambiare? E’ possibile cioè ridiscutere i termini di ciò che fino ad oggi ha rappresentato la struttura della nostra economia su scala planetaria? Nel bel mezzo di una gigantesca crisi finanziaria, l’economia non guarda più a sé stessa come a un possibile interlocutore con la realtà sociale. Anzi, ha abbandonato proprio del tutto la “questione”. Non è possibile formulare delle risposte, proporre alternative se prima non si comprendono a fondo i termini di questa deriva economica, i nodi insoluti, i meccanismi e le contraddizioni che hanno inceppato il sistema con conseguenze pesantissime. Per la Coyle sono cinque le sfide da affrontare per cercare di lasciarci alle spalle questo consumismo distruttivo: Felicità, Natura, Posterità, Equità, Fiducia. Ed ecco il suo “Manifesto dell'Abbastanza” nel quale pone le regole per consumare evitando di distruggere, edificare  una società meno stressata, e lasciare ai nostri figli un futuro più sereno. All'origine dei nostri probemi, spiega la Coyle in un'analisi  che potremmo definire “ideologica” e che sta raccogliendo vasti consensi a prescindere dagli orientamenti politici, è la caduta verticale del nostro "capitale sociale". Cioè la fiducia che abbiamo nei nostri concittadini, nei nostri governanti, nelle élite, nelle istituzioni.
 
Ma gli spunti di riflessione che l’autrice propone in questo libro sono molteplici e rappresentano un vero e proprio percorso esplorativo all’interno di un’economia che fondamentalmente disprezza e non riconosce la categoria del “futuro sostenibile”. Già, perché l’umanità è giunta a produrre non solo più di quanto le necessita ma ha accantonato, quasi con noncuranza, l’idea di un approccio critico al consumo, da qualsiasi punto di vista si voglia considerare il termine CONSUMO.  Il saggio di Diane Coyle si offre al lettore come pubblicazione che allo stesso tempo propone una sfida e tenta di costruire  una speranza: la sfida sta nel pensare ad un salto di paradigma che ridisegni i meccanismi economici e finanziari, il sogno invece accarezza la volontà di individuare operativamente tutte le vie d’uscita che ci permettano di realizzare il tipo di società in cui vorremmo vivere, ritrovando la fiducia indispensabile per continuare a crescere, ma in modo più sano e consapevole. Il libro è inoltre da apprezzare per le riflessioni della scrittrice su ambiente e natura, sistemi che non possono essere trascurati dal momento che è sempre più indispensabile un’inversione di tendenza al fine di eliminare le emissioni di C02 e i consumi di energia in tutto il mondo, soprattutto nei paesi maggiormente industrializzati. Anche se per fare questo occorrerebbe un vasto consenso internazionale in materia ambientale, cosa che oggi appare quasi un sogno e,  ancor più di un sogno, irraggiungibile.

Economia dell'abbastanza. Gestire l'economia come se del futuro ci importasse qualcosa di Diane Coyle edito da Edizioni Ambiente (mio intervento apparso sul Paese Nuovo del 7 settembre 2012)

mercoledì 11 luglio 2012

Rio 20+ - Il summit sulla Terra lancia la sfida alle piccole e medie imprese che operano nel mondo della Green economy


Alla Conferenza Rio +20 (Rio de Janeiro 13- 22 giugno 2012), cui ho partecipato con Sea Marconi Technologies su invito del Ministero dell’Ambiente italiano, i leader mondiali, insieme a migliaia di partecipanti provenienti da diversi governi, dal settore privato, dalle ONG e da altri gruppi, si sono riuniti  nelle scorse settimane per definire come si possa ridurre la povertà, promuovere l'equità sociale e garantire la tutela dell'ambiente su un pianeta sempre più affollato e arrivare ad un futuro condivisibile e desiderabile.
La Conferenza delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile (UNCSD) è stata organizzata in applicazione della Risoluzione dell'Assemblea Generale 64/236 (A/RES/64/236). Tale conferenza si è basata fondamentalmente su due temi: obiettivi e possibilità della green economy nel contesto di sradicamento della povertà e dello sviluppo sostenibile, e quadro istituzionale per lo sviluppo sostenibile. Le premesse di Rio 20+ erano la possibilità di offrire posti di lavoro dignitosi, energia, città e agricoltura sostenibili, sicurezza alimentare, accesso all’acqua, salvaguardia degli oceani e prontezza di risposta ad eventuali bio-disastri. Definito da molti, tra cui  il direttore di Greenpeace Kumi Naidoo, “Epic failure” ovvero fallimento epocale, Rio 20 è stato il frutto di uno sforzo congiunto di tutto il Sistema delle Nazioni Unite e in particolar modo della Segretaria di Rio 20+ con sede presso il Dipartimento delle Nazioni Unite degli Affari Economici e Sociali.
Al di là degli esiti di questo incontro devo dire che per me, essere lì quale imprenditore a capo di un’impresa chiamata a testimoniare l’innovatività delle piccole e medie imprese italiane è stata un’esperienza straordinaria. Il mio lavoro mi porta spesso a girare il mondo per partecipare a convegni e dibattiti o a gruppi di lavoro per la protezione ambientale di interi Paesi e quindi ho una discreta familiarità con i summit internazionali. Eppure, ciò che ho provato in alcuni momenti dei lavori, quando hanno preso la parola alcuni leader mondiali come ad esempio Hillary Clinton, può essere definito solo in un modo: “pura emozione”. Così forte era la sensazione di trovarmi improvvisamente proiettato, insieme a migliaia di altre persone, in uno scenario nel quale si decidevano i destini dell’intera umanità!
Filo conduttore del vertice,  la definizione di cosa s’intende per sviluppo sostenibile e delle linee programmatico progettuali capaci di renderlo esecutivo. Ma  che cos'è lo sviluppo sostenibile? Fondamentalmente è la capacità di soddisfare i bisogni presenti senza compromettere la possibilità, per le generazioni future, di soddisfare i propri. Visto come il principio guida a lungo termine dello sviluppo globale, esso poggia su tre pilastri: sviluppo economico, sviluppo sociale e protezione ambientale. Ambiente, imprese, governi e società: questioni salienti e fondamentali per il summit 2012 sulla Terra Rio 20+.  Parliamoci chiaro: le aziende devono necessariamente perseguire il profitto, ma ormai si avverte sempre di più la necessità di una maggiore sensibilità per le esigenze della società in campo ambientale. Indipendentemente da come lo si giudichi, a mio parere quello di  Rio è stato uno degli eventi più significativi degli ultimi anni sulle questioni riguardanti la Terra e il Clima. Anche se non è riuscito il tentativo in extremis di varare, vicino al documento dal titolo «Il futuro che vogliamo», una dichiarazione finale dal carattere più operativo e cogente. Ci si è dovuti fermare ai 283 paragrafi cui mancano però riferimenti ad alcuni temi basilari, come la difesa degli oceani dall’overfishing, il taglio dei sussidi ai combustibili fossili che assommano a molto più di quanto ricevono le fonti rinnovabili. Ma a Rio si è parlato per la prima volta di «green economy», anche se non si è riusciti a definire un insieme di regole imperative, lasciandone l’interpretazione alla sensibilità dei singoli Paesi. A detta di alcuni analisti non si sono fatti progressi affinché la diplomazia ambientale possa a breve passare dalle parole ai fatti. E c’è chi, come la direttrice internazionale del Wwf, Yolanda Kakabadse, sostiene addirittura che i 150 milioni di dollari spesi negli ultimi due anni per la macchina di Rio+20 potevano più proficuamente essere usati «per azioni di sviluppo sostenibile concrete».  Ma diverso è il parere di chi questo documento lo ha approvato. Tra questi il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon, dapprima tiepido nei confronti del summit, poi più positivo. A suo avviso, da questa conferenza emergono proposte e soluzioni «che rappresentano un significativo progresso e un grande successo per la comunità internazionale». D’accordo con lui anche i rappresentanti dei 193 Stati. Anche il ministro dell’Ambiente Clini si è detto ottimista: «in un momento di crisi economica così profonda, che la comunità internazionale si ritrovi su un unico documento è davvero un fatto storico, non capisco come possano continuare a girare commenti delusi e negativi. Non c’era un accordo migliore di questo». Sulla stessa lunghezza d’onda, anche se meno positivo, il giudizio del neoeletto presidente francese Hollande: «Ci rendiamo contro che l’esito è inferiore alle aspettative - ha detto - ma non potevamo andare oltre se volevamo evitare un fallimento della conferenza».
Quarantanove pagine e 283 articoli: questa la dichiarazione finale del vertice di Rio+20 sottoposta alla ratifica dei capi di Stato e di governo. Vi si stabilisce di promuovere una governance mondiale, di creare un «forum intergovernativo ad alto livello», di rafforzare il ruolo dell’Onu con risorse finanziarie «sicure» e la rappresentanza di tutti gli Stati membri. Tra le iniziative ritenute urgenti: lotta alla povertà, sicurezza alimentare, distribuzione di acqua ed energia, trasporti, occupazione. Ai fini dello sviluppo sostenibile, onde cercare di superare le difficoltà incontrate in passato, si è deciso di individuare un numero limitato di obiettivi, in modo conciso e orientato all’azione, una specie di massimo comun denominatore applicabile a tutti i Paesi, ma nel rispetto delle « circostanze nazionali». Altri aspetti molto importanti su cui si trovato l’accordo riguardano il sostegno finanziario dei progetti, la ricerca di «nuovi partenariati e fonti innovative di finanziamento», la necessità di praticare un «ricorso congiunto all’assistenza allo sviluppo e agli investimenti privati» e il trasferimento di tecnologie ai Paesi in via di sviluppo.
E’ emersa con forza una questione basilare: ovvero la necessità di un punto da cui partire concretamente. Diversi interventi hanno sottolineato infatti come alcune aziende nel mondo stiano cercando di muoversi verso il futuro con una maggiore regolamentazione in ambito ambientale, cosa che determinerà gli standard di comportamento aziendale e  che favorirà tutte quelle imprese più vicine e attive  in settori sensibili, come ad esempio l'acqua. Si avverte dovunque una forte necessità di regole e di strutture che scoraggino, sia nel mercato, sia nella società l’egoismo imperante, evitando però di mortificante l'innovazione o l'attività imprenditoriale. Nella mia veste di imprenditore non posso che accogliere con piacere questa spinta normativa che in prospettiva dovrebbe conseguire l’effetto di rendere più “etico” il mercato dell’energia. Ma mi piace evidenziare anche un altro aspetto, emerso proprio dal summit brasiliano: la spinta propositiva e progettuale  che può provenire  dalle piccole e medie imprese operanti nell’ambito della Green economy attraverso le loro attività di ricerca e innovazione. Sono convinto infatti che, proprio per le sue particolari caratteristiche l’economia “verde” sia un campo in cui non è necessariamente premiante la grande dimensione, ma piuttosto l’innovatività allo stato puro, l’agilità operativa e la capacità di operare in partnership con altre aziende e con gli istituti universitari. Consentitemi a questo proposito di citare un’innovazione recente in campo agricolo e ambientale, di cui è stata capofila proprio Sea Marconi Technologies, le “nanospugne funzionalizzate”. Realizzata in collaborazione con Green Has Italia e la Facoltà di Agraria dell’Università degli Studi di Torino, questa invenzione permette di  migliorare la crescita delle piante attraverso un dosaggio ottimale dei micronutrienti e principi attivi necessari per uno sviluppo equilibrato e sano delle colture. Le nanospugne sono macromolecole porose in grado di incapsulare elementi nutritivi e altre sostanze attive, che presentano il  grande vantaggio di dosare in modo ottimale i principi attivi e nutrienti sia a livello radicale che fogliare, riducendo considerevolmente l'impatto ambientale.
Questo per dire che gli sviluppi della Green economy possono essere estremamente interessanti per il mondo occidentale, incluso il nostro Paese. Nei prossimi anni assisteremo a un riassetto degli equilibri economici e strategici mondiali dettati proprio da questa nuova forza produttiva a matrice ambientale. Stati particolarmente avanzati nell’applicazione delle nuove tecnologie agricole, quale storicamente è il Brasile, hanno stipulato o stanno stipulando accordi con alcuni Paesi africani per la realizzazione di produzioni agricole su vasta scala che potrebbero favorire, da una parte la soluzione di problemi alimentari locali, dall’altra quella della necessità di nuove fonti energetiche per i Paesi più progrediti. Ma anche di generare, accrescendo il reddito dei Paesi coinvolti, opportunità commerciali per Oriente, Occidente  e anche per il Sud del pianeta. Il vertice di Rio + 20 può essere interpretato, come sempre accade, come un’occasione perduta oppure visto come un’opportunità importante, capace di produrre un effettivo progresso nella consapevolezza dei mali che affliggono la nostra Terra. Quale che sia la nostra valutazione, l’importante è non stare passivamente a guardare ma cercare di capire e, conseguentemente, di agire. In tempi di globalizzazione, il peggiore errore che possiamo fare è pensare che si possa ancora essere spettatori, mentre il mondo ci chiede pressantemente di essere protagonisti sempre più attivi, sempre meno irresponsabili. 

(mio intervento apparso sul quotidiano Paese Nuovo del 5 luglio 2012)

martedì 3 luglio 2012

Trivelle d'Italia. Perché il nostro paese è un paradiso per petrolieri di Pietro Dommarco. Prefazione di Mario Tozzi. Con un'intervista a Maria Rita D'Orsogna (Altreconomia Edizioni)


Di recente mi sono imbattuto in un libro che affronta questioni piuttosto delicate, come la questione delle trivellazioni per la ricerca del petrolio nel nostro paese. Faccio riferimento al bel lavoro di Pietro Dommarco dal titolo “Trivelle D’Italia” edito da Altreconomia edizioni. Intanto stiamo parlando di una firma autorevole in ambito ambientale dal momento che Dommarco è scrittore e giornalista freelance, con una propria specializzazione in tematiche ecologiche  inerenti all’ambiente e alla sua tutela, collabora con il mensile Altreconomia e da tempo gestisce e cura il blog www.pietrodommarco.it, che invito a seguire dal momento che offre puntualmente innumerevoli spunti di riflessione. Se definissimo il nostro Bel Paese come un gruviera dove sia in terra che in mare i “buchi” sono all’incirca mille, non sbaglieremmo, e non cadremmo in errore se ci ponessimo per un attimo la domanda di quanto può durare ancora l’economia fossile, non solo in Italia, ma anche a livello planetario. “Trivelle d'Italia” cerca di  spiegare perché i petrolieri hanno alle nostre “latitudini” la libertà di perforare la terra e i fondali italiani non solo liberamente, ma anche con non piccole agevolazioni fiscali. Da noi le “percentuali di compensazione ambientale” sono rispetto al resto del mondo bassissime, ed ecco come vi siano più di un centinaio di concessioni e ben oltre mille pozzi attivi e produttivi. E nonostante questo sono più gli aspetti negativi che quelli positivi di una politica a dir poco “buonista” in tal senso, dal momento che di occupazione in più nemmeno l’ombra, e di tutela dell’ambiente nemmeno a parlarne. Quella di Pietro Dommarco rappresenta un’analisi che va giù in profondità e riesce con estrema lucidità e senza troppi giri di parole a fare una mappa dei tanti “micro Texas” d’Italia dal mare della Sicilia a Porto Marghera sino alla Bassa Padana. Quello naturalmente che viene con chiarezza quasi “urlato” dall’autore è che i petrolieri scelgono così tanto l'Italia perché la legislazione è molto permissiva tanto che i signori del petrolio sono quasi incentivati a proporre estrazioni dappertutto in quanto rispetto a qualsiasi altra nazione del mondo le royalties sono quasi inesistenti. Ben venga allora il lavoro impegnato di Pietro Dommarco, che fa un po’ di luce su questioni che vengono mantenute il più delle volte, in pesanti zone grigie d’informazione che lasciano all’oscuro di tutto la gente.


 Dicembre 8, 2011. Per prelevare petrolio di scarsissima qualità al 12esimo livello (su 50 di max purezza) lo Stato Italiano ha ceduto la sovranità concedendo licenze di prospezioni e trivellazioni a compagnie straniere e finte nazionali in quasi tutte le Regioni, per derubare l’Italia delle sue ultime e profonde risorse energetiche. I danni ambientali che seguiranno a queste pratiche potranno essere irreparabili per decenni o secoli. Non vi saranno profitti per le popolazioni locali che saranno costrette a convivere in situazioni di inospitalità ed insalubrità.

Ecco cosa dicono la Prof.ssa Maria Rita D’Orsogna e il Dr. Milan Roberto in “L’Italia preda delle trivelle texane”:

In questi ultimi anni l’Italia è tornata nel mirino delle ditte petrolifere di mezzo mondo. Che avessimo piccoli giacimenti di idrocarburi era noto già da molto tempo, ma questi non sono mai stati sfruttati perchè economicamente non conveniente. Il nostro petrolio è di qualità scadente, modesto in quantità, scomodo da estrarre perchè posto in profondità e in una nazione fortemente antropizzata, sismica e soggetta a subsidenza. Oggi si assiste ad una “rinascita” dell’attività petrolifera in Italia. Questo è dovuto senz’altro alla maggior richiesta da parte di India e Cina, al fatto che i migliori giacimenti mondiali sono in fase di esaurimento, a migliori capacità tecnologiche, e soprattutto al fatto che è facile speculare in Italia. Gli stessi petrolieri sulle loro comunicazioni interne parlano di facili guadagni in Italia, di basse royalties, di scarsa opposizione politica, di facilità nell’ottenere permessi ambientali e burocratici. Per esperienza, so che è cosi. Il popolo non è mai sufficientemente informato e spesso ne viene a sapere per caso o o ad affare fatto. I limiti per le emissioni di idrogeno solforato dalle raffinerie italiane è di circa 30ppm, a fronte di un limite massimo tollerabile per la salute umana di 0.5ppm come stimato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Le royalties in terraferma sono del 10% e del 4% in mare. In Libia o in Norvegia ad esempio, lo Stato trattiene oltre l’80% dei guadagni ma anche in Canada, dove l’industria non è statale, le royalties sono di circa il 40%. In Italia fino al 2010 si poteva trivellare liberamente lungo le nostre coste, senza limiti. Dall’anno scorso e’ stata introdotta una zona franca di 5 miglia nautiche da riva. In California lo stesso è di 100 miglia da riva, per salvare turismo, pesca e qualità della vita. E’ evidente che in situazioni simili è facile venire in Italia e speculare. Non molti lo sanno, ma ci sono progetti per trivellare parchi, la laguna veneta, le coste siciliane, Pantelleria, le isole Tremiti, il Gargano, i campi del Montepulciano d’Abruzzo, la Pianura Padana, il tutto sul modello della già martoriata Basilicata, il primo esperimento italiano di trivelle a larga scala, iniziato 15 anni fa per opera dell’ENI. Nell’immaginario collettivo c'è l’idea che petrolio equivale a ricchezza, ma non è cosi. Dalla Lucania ogni giorno emergono notizie di petrolio subentrato nella catena alimentare, di rifiuti petroliferi smaltiti fra i campi, di sostanze di scarto che finiscono nelle dighe di acqua, di esalazioni di idrogeno solforato fuori da ogni limite accettabile per la salute umana, di agricoltura compromessa in certi luoghi, di pozzi di petrolio proposti nei pressi di ospedali e centri abitati, di scarsi controlli ambientali e fiscali. Tutte le statistiche Istat continuano a collocare la Basilicata fra le due o tre regioni più povere d’Italia, l’emigrazione aumenta, i giovani non hanno prospettive. Il clima è di forte omertà – la chiesa non si azzarda a parlare, i politici sono troppo timorosi di fare la cosa giusta, e la societa’ civile si sente impotente. L’ENI aveva promesso loro un monitoraggio ambientale che è’ stato messo su solo 12 anni dopo l’inizio delle trivellazioni e che a tutt’oggi è saltuario e incompleto. Non è accettabile, non è giusto.
(Questo mio intervento è apparso sul quotidiano Paese Nuovo del 30 giugno 2012)

venerdì 29 giugno 2012

COME LA LANA DELLA SALAMANDRA …


Un problema ancora tutto da risolvere nel nostro Bel Paese, che provoca migliaia di morti e ogni giorno nuovi ammalati. Già, un problema scottante anche a un quarto di secolo dalla chiusura della fabbrica degli “orrori” a Casale Monferrato, dove l'amianto dell'Eternit continua inesorabile a mietere vittime. Un dramma che ha attraversato più generazioni, radendo letteralmente al suolo un’intera città. Dopo molti anni di lotte, i familiari delle vittime, insieme ad una agguerrita schiera di caparbi sindacalisti, medici, avvocati e amministratori, sono finalmente riusciti a ottenere, al termine di due anni di dibattimento, che gli eredi delle dinastie che hanno costruito le proprie fortune sull'amianto non potranno più nuocere a nessuno. Una vicenda amara e terribile che non riguarda soltanto Casale, ma tutto il mondo. Perché la fibra-killer non è ancora del tutto illegale in molti paesi dove di amianto si continua a morire. Anche per questo, sul "processo del secolo" e sulla ormai leggendaria sentenza del 13 febbraio 2012 a Torino, si sono concentrate le attenzioni internazionali.
Di tutto ciò tratta l’interessante lavoro di Giampiero Rossi per i tipi di Melampo, dal titolo “Amianto”,  il quale torna a parlare di un argomento forte, ma che non trova purtroppo facili soluzioni sia sul piano legale, sia su quello etico ed economico. Giampiero Rossi, giornalista, è caporedattore del settimanale «A», dopo essere stato 17 anni cronista de «l’Unità» e dopo aver esordito al mensile «Società civile». Ha pubblicato “La lana della salamandra, la vera storia della strage dell’amianto a Casale Monferrato” (Ediesse, 2008), tradotto in Brasile, Spagna, Messico e Francia, per il quale ha ottenuto il Premio Cronista “Piero Passetti”.
Perché questo titolo? Si sa che fin dai tempi antichi, l’amianto veniva impiegato a fini «magici» e «rituali». Per la sua caratteristica di poter sfidare le fiamme impunemente, era assimilato dalle credenze popolari alla salamandra, animale ritenuto refrattario al fuoco, al punto di poterlo attraversare senza danni.
Ma la lana della salamandra è anche al centro di un piccolo giallo. In una lettera al Fatto quotidiano, infatti, Rossi ha messo a confronto i suoi scritti sull’amianto e alcuni passaggi del monologo di Saviano nel suo recente show de La7, giungendo a una conclusione: l’autore di Gomorra lo ha plagiato. E lo avrebbe fatto non solo nelle linee generali, ma anche nei particolari, riportando fatti o situazioni di cui v’è riscontro solo nei suoi libri. Si tratta evidentemente di dispute che nascono anche dal sempre più facile accesso alle informazioni consentito dal web e dalla sostanziale condivisione di punti di vista su temi di così grande interesse sociale.
Oltre che di questo libro Rossi è autore anche de “Il lavoro che ammala” (Ediesse, 2010). Insieme a Simone Spina, in precedenza aveva scritto “Lo Spaccone. La vera storia di Umberto Bossi” (Editori Riuniti, 2003) e “I Boss di Chinatown. La mafia cinese in Italia” (Melampo, 2008). Successivamente, invece, e sempre a più mani è stato autore, assieme a Mario Portanova e Franco Stefanoni, di “Mafia a Milano. Sessant’anni di affari e delitti” (Melampo, 2011). Le pagine che ho avuto modo di leggere con attenzione hanno il colore del giornalismo d’inchiesta di altri tempi e una forte carica deduttiva, propria di tutte quelle storie autentiche e fin troppo forti raccontate attraverso la viva voce dei protagonisti. La scrittura di Rossi è chiara, velata da un pizzico di lirismo poetico, ma incisiva proprio come deve esserlo la penna che vuole fare chiarezza su ferite ancora aperte in Italia.  Ciò che emerge è che la cronaca supera talvolta anche la più fervida immaginazione mentre il cinismo, spesso e volentieri, la fa da vero padrone.


AMIANTO DI GIAMPIERO ROSSI (MELAMPO). MIO INTERVENTO APPARSO SU PAESE NUOVO DEL 27 GIUGNO 2012

mercoledì 30 maggio 2012

“Muovere l'economia non sarà un'impresa” di Ivan Stomeo per i tipi di Kurumuny.


E’ ormai da qualche anno che frequento il Salento, che ho avuto il privilegio di osservare nella sua complessità, nella sua bellezza, nelle sue tante lacune su più fronti, dalla comunicazione in materia di ambiente (mi rivolgo espressamente a questo settore dal momento che mi occupo per motivi di lavoro di energie alternative e di “green economy”), agli investimenti, al turismo. Ma sono convinto che prima o poi emergerà con forza un interesse a risolvere almeno i problemi maggiori di queste terre e si potrà lavorare con più serenità ed efficienza.
Col passare del tempo certi luoghi, certi nomi, mi sono sempre più familiari, ma soprattutto riesco a individuare pubblicazioni virtuose che fanno davvero grande il Salento. E’ questa disposizione d’animo che ha fatto sì che mi imbattessi in un delizioso prodotto editoriale dal titolo “Muovere l'economia non sarà un'impresa” di Ivan Stomeo per i tipi di Kurumuny. Ivan Stomeo vive a  Melpignano (Le), è geometra alle dipendenze di ASI Lecce e da sempre opera nell’ambito della .
politica. Ciò gli ha consentito di essere eletto sindaco della piccola comunità “greca” dove vive; fa inoltre parte del Consiglio direttivo dell’Associazione Nazionale dei Comuni Virtuosi e del Consiglio direttivo e dell’Ufficio di Presidenze dell’Associazione Nazionale dei Borghi Autentici d’Italia.  L’area di interesse propria del volume in questione copre un’area geografica e umana molto interessante, ovvero quella della Grecìa Salentina, e nello specifico si fa riferimento ad una illuminata sinergia tra politica, impresa e amministrazioni,  verificatasi nella splendida Melpignano, nota nel mondo come patria della notte della Taranta.
Un libro, questo, che rappresenta un monito forte e deciso verso chi ha il controllo della “stanza dei bottoni” a livello provinciale, e regionale, quasi a voler sottolineare che la volontà e le energie per cambiare le cose nel Salento ci sono, e forse si potrebbe partire proprio da Melpignano.  Interessante per meglio comprendere la texture dei contenuti presenti nell’opera di Stomeo, riportare un estratto dalla prefazione di Giuliano Poletti (Presidente di Legacoop): “ (…) Il colloquio con Ivan, presente a Cefalù in rappresentanza dell’Associazione dei Borghi Autentici, la sua attenzione e il suo entusiasmo furono per me uno stimolo importante ad accelerare la definizione del progetto. Uno stimolo presto confermato dall’incontro che tenemmo subito dopo a Roma con gli altri dirigenti di AssoBAI. Ivan ci parlò del progetto che aveva avviato a Melpignano, per il fotovoltaico diffuso sui tetti. E ci chiese e ci propose di realizzarlo in forma cooperativa. Cominciammo a ragionarci su insieme e ne fummo anche noi convinti ed entusiasti: intuimmo che rappresentava un affascinante allargamento dei campi di azione che avevamo fin allora pensato per le cooperative di comunità, e che, pur presentando incognite e difficoltà, meritava di essere sostenuto e sperimentato. E partimmo, quindi, con gli incontri a Melpignano.  Come Ivan, anche gli altri promotori dell’iniziativa e la comunità tutta di Melpignano sono stati per noi una felice scoperta. Come tanti in Italia, avevamo sentito parlare della Notte della Taranta, e sapevamo del grande successo ottenuto dai comuni della Grecìa salentina – con Melpignano in testa – col recupero e la riproposizione in chiave moderna di una importante tradizione culturale. Ma poi, nei mesi successivi, le diverse iniziative tenute a Melpignano ci hanno consentito di entrare in contatto diretto con un’amministrazione locale attiva ed efficiente, davvero al servizio della sua gente e con tante persone disponibili a impegnarsi direttamente per lo sviluppo territoriale e il benessere della propria comunità. È stata una gran bella esperienza, culminata nello straordinario pomeriggio di luglio in cui è nata, nella bellissima piazza principale, la Comunità Cooperativa di Melpignano, con i 71 soci fondatori che per tre ore di fila, insieme al Sindaco intervenuto in rappresentanza del loro Comune, hanno ascoltato attenti e partecipi la lettura dell’atto costitutivo e le spiegazioni del bravissimo notaio De Donno. Mai mi era accaduto finora di veder costituita una cooperativa in piazza: a pensarci bene, il luogo più giusto per la nascita di una cooperativa di comunità. Un’altra delle felici intuizioni di Ivan e degli altri promotori!”. Tra gli obiettivi che si è data la cooperativa vi sono la riduzione dei consumi energetici incentivando l’utilizzo della bio-architettura, delle tecnologie dolci, e del risparmio energetico, la riduzione degli sprechi di acqua potabile, la riduzione dei gas-serra e dell’inquinamento atmosferico, l’aumento della raccolta differenziata e la riduzione dei rifiuti. Termino con una precisazione che avvalora ulteriormente il progetto: il ricavato della vendita del libro sarà devoluto al fondo “Genius Loci” dell’Associazione Borghi Autentici d’Italia, dedita a sostenere piccoli progetti pilota delle comunità dei borghi. 

(questo mio intervento è apparso sul quotidiano Paese Nuovo del 29 maggio 2012)

mercoledì 16 maggio 2012

L’ecosofia - Ecologia di Guido Chelazzi e Giacomo Santini (Giunti).


Partiamo da alcuni interrogativi semplici ma fondamentali prima di introdurre il discorso sul libro preso in esame in questa sede: è possibile produrre elettricità con le onde del mare? Perché nello spazio ci sono i rifiuti? Qual è il significato dell’espressione “effetto serra”? Come possiamo far fronte alla mancanza d'acqua potabile? Perché è ritenuto fondamentale che le api non scompaiano? Anche la natura ha in sé un potenziale di inquinamento? Che cosa sono le energie rinnovabili? Tutta questa serie di domande, e molte altre che verrebbe spontaneo porsi, rientrano in quella Macro Categoria discussiva che va sotto il termine di Ecologia. Oggi, in verità, gli statuti di questa disciplina sembrano tutt’altro che risolti o avviati ad un termine, soprattutto se si pensa che accanto a discipline come per l’appunto l’Ecologia, si stanno sviluppando branche teoriche come l’ “Ecosofia” che, in poche parole, sarebbe una lente d’indagine filosofica sull'"abitare la terra", ovvero dell’agire il  mondo con un approccio nuovo, sviluppando soprattutto una sensibilità diversa, capace di renderci più consapevoli, nel rispetto della natura e delle persone.
L'Ecosofia sbalza in un colpo solo il grezzo antropocentrismo, rivelandosi una sorta di neo-umanesimo ambientalista post-meccanicistico. Un sapere che trova i suoi “padri” in teologi come Buber, uomini di pace come Gandhi, scienziati come Einstein, scrittori come Coetzee. Profonde boccate di tutta questa atmosfera l’ho respirata in un bellissimo libro di Guido Chelazzi, Alfredo Provini e Giacomo Santini – i primi due docenti ordinari, il terzo ricercatore presso le università di Milano e di Firenze -  dal titolo “Ecologia”, edito da Giunti, e nel quale gli autori, seguendo un percorso di coerenza argomentativi di grande capacità divulgativa e senza venire meno ai rigori della scienza, mantengono intatta una certa piacevolezza di lettura  e una grande godibilità, grazie anche alla ricchezza di immagini d'alta qualità, propedeutiche al testo. Gli autori, che con questo libro introducono i concetti e i metodi fondamentali dell’ecologia come scienza della vita nell’ambiente, hanno maturato esperienze didattiche nei corsi di laurea in Scienze Biologiche e Scienze Naturali, vale a dire in ambiente accademico; ciononostante  il testo è stato scritto avendo presente non soltanto la platea degli “addetti ai lavori”, ma anche il pubblico, assai più ampio, di coloro che necessitano  di formazione ecologica fondamentale in altre aree tecnico-scientifiche, come Scienze Ambientali, Biotecnologie, Ingegneria per l'ambiente e il territorio, Agraria, Economia ambientale. Il libro è suddiviso in tre sezioni: la prima è “Ecologia degli organismi” e  analizza gli effetti delle condizioni sulla funzionalità degli organismi, sulla loro distribuzione spaziale e sul loro rapporto con le risorse; la seconda è “Ecologia delle popolazioni”  e tratta dei metodi per studiare l’ecologia delle popolazioni, i fattori ambientali e la dinamica che le riguardano, la competizione interspecifica, le relazioni tra i consumatori e le loro risorse biotiche, gli effetti dell’eterogeneità spaziale, le applicazioni dell’ecologia delle popolazioni; l’ultima, invece, “Ecologia delle comunità e degli ecosistemi”  esamina la struttura delle comunità, il loro ruolo nell’ambiente e nel tempo, i fattori che spiegano l’eterogeneità delle comunità, le relazioni preda-predatore che si realizzano al loro interno, le reti trofiche e i trasferimenti di energia nelle comunità, l'ecosistema e la circolazione dei nutrimenti al suo interno. “Ecologia” quindi si candida a rappresentare un utile riferimento anche per chi, a prescindere dal suo background formativo, scientifico o umanistico che sia, desideri acquisire una conoscenza dell’ecologia più approfondita e razionale, una bussola affidabile per orientarsi nel sempre più complesso ed articolato dibattito sulle modificazioni in atto nei sistemi naturali, sull’inquinamento, le trasformazioni dell’habitat, l’eccessivo sfruttamento delle popolazioni naturali, la progressiva e preoccupante riduzione della biodiversità. Eppure “Ecologia” non è un libro alla moda, come qualcuno potrebbe pensare, ma punto di riferimento per comprendere questa recente disciplina che parla di cicli biologici, geologici e chimici che collegano diversi testi e contesti ambientali della Terra agli organismi che la popolano, giungendo a considerare i problemi dell'inquinamento e del cambiamento climatico, della biodiversità e delle loro ricadute su tutti gli organismi che vi abitano. Definizioni ed ermeneutiche metodologiche necessarie a comprendere il metodo di un’indagine sempre più affascinante e sempre più nuova.

(questo mio intervento è apparso su Paese Nuovo del 15 maggio 2012)