mercoledì 7 dicembre 2011

“Non è un cambio di stagione” di Martin Caparròs (Edizioni Ambiente) di Vander Tumiatti























Martín Caparrós (Buenos Aires, 1957) si è laureato in Storia a Parigi, è vissuto a Madrid e New York e ha diretto riviste culturali. Ha tradotto Voltaire, Shakespeare e Quevedo, ha vinto il Premio Planeta Latinoamericano, il Premio Rey de España e la borsa di studio Guggenheim. Le sue opere sono state tradotte in svariate lingue. Lui  è un personaggio incredibile che di recente ha fatto delle affermazioni degne di essere prese in considerazione.  Se è vero dunque quello che dice l’ex funzionario ONU Martin Caparròs, ovvero che l’ambientalismo non solo si è macchiato di business e di velleità modaiole, la possibilità che per  vivere ogni giorno abbiamo bisogno di un’apocalisse diventa sempre più concreta. Parte da queste considerazioni Caparròs nel suo ultimo lavoro dal titolo “Non è un cambio di stagione” uscito in Italia per le Edizioni Ambiente. Questa è l’ultima pubblicazione che sono riuscito a valutare tra i miei tanti impegni di lavoro su e giù per l’Italia. Si tratta di un libro molto interessante, tanto che alcune considerazioni in esso riportate potrebbe suscitare nella migliore delle ipotesi un “vespaio”: una forte eco/delusione dovuta all’incapacità di fare analisi obiettive davanti alle grandi tragedie come la fame nel mondo; il fatto che l’ecologia sia diventata una moda e che detti l’agenda delle soluzioni che i principali capi di governo prendono in merito: un neoconservatorismo nelle frange più estreme della sinistra ecologica, dovuto ad una perdita del senso di un futuro eco/compatibile; il generale fraintendimento della società civile nei confronti delle questioni ecologiche più importanti … ovvero ci si preoccupa per una foca che sta annegando e non dei bambini denutriti che muoiono ogni giorno. Questo libro è importante perché ci fa riflettere sul fatto che ogni categoria di “impegnati”, ha la sua personale apocalisse, sulla quale però non riesce a mettere a fuoco possibili soluzioni o proposte. “Non è un cambio di stagione” è un percorso dunque in nove paesi dal Brasile alla  Nigeria al Niger al Marocco alla Mongolia all’Australia alle Filippine, alle isole Marshall sino agli Stati Uniti ormai sotto attacco del cambiamento climatico. Una vera e propria riflessione a fior di lama quella di Caparròs sulle contraddizioni dell’ecologismo e dell’ambientalismo esasperato che a sua volta si fa “affarismo” riuscendo addirittura a smascherare con ironia e intelligenza le zone d’ombra di certi ambienti dell’ecologia integralista che si mascherano di purezza quando in realtà sotto sotto a volte c’è del marcio.

L’ultimo giorno felice di Tullio Avoledo (edizioni Verdenero). Intervento di Vander Tumiatti























Francesco di mestiere fa l’architetto e decide di portare per una scampagnata domenicale, moglie, figli e amici in una gita lungo le isole della laguna veneta. Tutto sembra andare contro una giornata di relax, e infatti viene bombardato da telefonate sul cellulare, cosicché i pensieri si accumulano nella sua testa formando un nugolo inestricabile e malevolo di ansie, stress, e tensioni … il tutto in un’alchimia di storie provenienti dal suo lontano passato sino ai progetti di un futuro incerto e poco chiaro. Nella sua testa ecco che comincia a farsi strada però un pensiero nitido, preciso, che comincia a fare pulizia di tutta quella nebbia interiore che per poco non lo soffoca: l’unica proprietà rimastagli ovvero quella dove abita zio Tarciso, una persona piuttosto anziana, ma singolarmente scorbutica, e scostante. Un pensiero ossessivo che nella testa di Francesco si lega  ad un surreale pranzo slow food, e poi la verità su un mondo dove gli intrecci tra “eco/mafia” e politica assumono contorni quasi “fantascientifici”. Quali dunque i legami tra questi frame mnemonici che il protagonista vive sulla propria pelle? Uno solo: il paradigma di una grande lezione di educazione ambientale sul dissesto e il progressivo deterioramento dei nostri fiumi e della qualità della  nostra vita. Fondamentalmente l’autore parla della nostra incapacità di tutelare l’ambiente a noi circostante, arrivando a perdere quel senso dell’urgenza che forse potrebbe cambiare quell’impressione di deriva cui siamo obbligati a sottostare, arrivando quasi al punto di disprezzare le problematiche di carattere ecologico, come cose altre, che non ci riguardano da vicino. L'Avoledo che leggiamo in questo libro è un Avoledo insolito, rispetto alle sue non certo strabilianti prove come “Breve storia di lunghi tradimenti” o la “Ragazza di Vajont” che ho avuto modo di leggere qualche tempo fa. Questo libro è fondamentalmente bello, denso di essenzialità, prerogativa che solo una grande autore riesce a infondere alle sue opere, commovente, ironico, e si potrebbero elencare molte altre qualità! Ma ciò che ha colpito in particolare è il salto di prospettiva scelto dall’autore per dispiegare il tessuto narrativo, dando luogo a un insolito e perciò assai intrigante punto di vista. Devo dire che sfogliarlo mi e' piaciuto davvero, il libro si legge bene, e soprattutto ha il pregio di mostrarci quanto malata sia la società di oggi … una società che nell’arco di qualche generazione è riuscita nella titanica impresa di provocare enormi disastri ambientali sotto l’imperativo categorico del dio denaro, cancellando dall’agenda della nostra vita la possibilità di riconsiderare i nostri stili di vita. Ma il libro unisce alle tematiche ambientali quelle sociologiche tuffandoci nella provincia profonda del Nord Est e nei suoi miti, primo tra questi il benessere, conquistati a prezzo del tempo, del paesaggio, della perdita della memoria e della propria cultura. Francesco, architetto che ha venduto la sua anima alla mafia, diventerà pienamente consapevole di questa perdita incommensurabile, della grande assenza di vita, soltanto in quelle ultime ore di un giorno finalmente felice. 

Intervento apparso sulle pagine della cultura del quotidiano Paese Nuovo