venerdì 27 maggio 2011

L'Educazione all’ambiente con la casa editrice Perdisa di Vander Tumiatti*













Il percorso sviluppato sino ad oggi con i miei interventi proposti sulle pagine di questo quotidiano, ha avuto e ha (visto che tutt’ora conservano la stessa finalità e la conserveranno anche in futuro) l’obiettivo di proporre ai lettori una chiave d’indagine quanto più attenta possibile alle questioni concernenti l’ambiente, sotto molteplici aspetti, da quello sociale a quello prettamente culturale. Con una consapevolezza di fondo: che ci troviamo in un paese qual è l’Italia, che può dirsi con orgoglio una nazione ricca non solo di arte e cultura, ma anche di un patrimonio, in termini di biodiversità, che ha pochi confronti nel nostro continente. Una risorsa preziosissima, che abbiamo il dovere di preservare. Dunque ho sempre avvertito la necessità di occuparmi con senso critico di ambiente e informazione, con la consapevolezza che non si legge mai troppo, non si indaga mai troppo, non si fa mai troppo per l’ambiente. Di recente ho avuto il piacere di scoprire in libreria una pubblicazione della casa editrice Perdisa, nella collana “Educazione ambientale”, diretta da Mario Ferrari. Il lavoro è di Cristina Menta, docente di Biologia del suolo presso il Dipartimento di Biologia Evolutiva e Funzionale dell’Università di Parma, nonché ricercatrice presso il Museo di Storia Naturale della stessa città. Il titolo è “Guida alla conoscenza della biologia e dell'ecologia del suolo”. Si tratta di un lavoro di facile comprensione - anche se in più di qualche occasione non mancano gli approfondimenti tecnici e linguaggi specifici - che ci dice quanto il terreno, il suolo, sia una risorsa per l’ambiente e che, in quanto entità biologica complessa ( dal momento che limita i danni provocati dagli inquinanti immessi nel terreno e determina la qualità di produzione dei nostri alimenti), va monitorata e analizzata costantemente. Pur sapendo, però, che gli studi sulla sua biologia e sulla sua ecologia sono arretrati rispetto a quelli relativi ad altri elementi naturali come l’acqua e l’aria. L’opera conduce per mano il lettore nel sorprendente mondo della biologia e dell’ecologia del suolo, fattore indispensabile sul piano argomentativo per l’eco/sostenibilità. Il volume stimola una serie di riflessioni su come sia cambiato nel tempo il nostro rapporto con la terra a causa dei mutamenti culturali indotti dallo sviluppo della tecnologia. Nel tempo che stiamo vivendo, in cui assistiamo al trionfo dell’immaterialità, parrebbe infatti quasi bizzarro occuparsi di quanto c’è di più “materiale” in senso fisico, ma anche culturale, come la “terra”. Un aspetto che viene spesso trascurato è Il tempo necessario alla formazione del suolo: tempi lunghissimi, a volte secoli. Addirittura millenni, come nel caso delle paludi. Oppure delle torbiere, che crescono solo di circa 1 mm all’anno. In altre parole, per formare 2 metri di torba bisogna aspettare ben 2000 anni! Si calcola che la formazione dei suoli agrari abbia richiesto addirittura milioni di anni. Ma ci sono bastati pochi decenni per degradarli e depauperarli dei loro elementi costitutivi a seguito di un uso improprio delle tecniche dell’agricoltura intensiva. E’ ormai indispensabile investire di più in una ricerca il cui scopo sia quello di promuovere un'agricoltura più conservativa e meno “aggressiva”. Si tratta in pratica di abbandonare la strada percorsa finora, quella dello sfruttamento del suolo al solo scopo di massimizzare i profitti, per imboccare percorsi più virtuosi dove, senza trascurare le leggi dell’economia, la terra possa essere oggetto del rispetto e delle attenzioni che merita. Un problema serio, spesso sottovalutato, è quello della desertificazione di vaste aree nei paesi in via di sviluppo, ma anche in quelli industrializzati, seppure con motivazioni tra loro molto diverse. Nel nostro Paese, una gestione del territorio inadeguata alle reali necessità ha fatto sì che circa due terzi dei suoli manifestino i segni di un degrado crescente. E ciò è particolarmente vero nelle aree a più forte presenza umana. Un problema legato, da una parte, allo sviluppo considerevole delle tecniche agricole, che ha peraltro determinato un significativo incremento di produttività, dall’altra a scelte di politica urbanistica insensibili al tema della tutela del suolo e alle sue delicate relazioni con l’intero ecosistema. La terra costituisce infatti un elemento chiave nella regolazione dei cicli naturali in quanto agisce da filtro che depura l’acqua che beviamo e l’aria che respiriamo; svolge una funzione biologica, ospitando la vita di moltissimi esseri viventi, tra cui innumerevoli microrganismi, funghi, animali, piante; e’ fonte primaria di materie prime; riveste un’importante funzione economica per le produzioni agricole e forestali; svolge un’importante funzione culturale sotto forma di paesaggio e di luogo dove si imprimono i segni della storia e delle svariate attività umane. Ma, soprattutto, è il posto dove poggiamo ogni giorno i nostri piedi, che sorregge la nostra casa e sorreggerà quella dei nostri figli e delle generazioni che verranno. E, almeno fino a quando non riusciremo a colonizzare altri mondi, anche l’unica nostra possibilità di vita.

* Esperto Unep e fondatore di Sea Marconi Technologies

mercoledì 11 maggio 2011

Pensare ora al post Fukushima! Di Vander Tumiatti*










L’incidente nucleare Fukushima-TEPCO (Giappone), dell’ 11 marzo 2011, unitamente alla previsione dell’esito sul quesito referendario per il nucleare, ha indotto il 20 aprile 2011, il Ministro allo Sviluppo Economico, Paolo Romani, ad annunciare l’emendamento del Governo al Decreto Omnibus che abroga la Legge Sviluppo 2009 per la “Definizione e l‘attuazione del programma di localizzazione, realizzazione ed esercizio nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia elettrica nucleare”. Il piano nucleare italiano viene comunque confermato come prioritario e strategico (viene solo sospeso per 12-24 mesi), come conclamato dalle recenti dichiarazioni del 26 aprile 2011 da parte del Capo del Governo, Silvio Berlusconi. Questo piano prevede la progressiva costruzione e la gestione di otto reattori di terza generazione (tecnologia EPR francese con reattori da 1600 MWe ), per un totale di 12.800 MWe, ed un investimento stimato di circa 53,8 Miliardi di Euro equivalente a 4200 Euro/KWe installato. L’incidente di Fukushima che ha coinvolto n.6 reattori nucleari ha dimostrato la totale incapacità degli attuali modelli di predire e valutare gli effetti dei rischi naturali (terremoto del 9 grado della scala Richter e conseguente tsunami) e delle prevedibili interazioni con i rischi tecnologici che si propagano fino a determinare un incontrollato “Incidente Nucleare-Top Event”(classificato come di livello7, il massimo, come quello occorso il 26 aprile 1986, in questo caso ad un solo reattore, il 4, a Chernobyl). L’impatto preliminare di questo incidente si caratterizza con un “Profilo-Top Event Nucleare”unico: distruzione immediata di 4546 MWe di generazione e indisponibilità di energia per le utenze civili ed industriali; evacuazione di centinaia di migliaia di persone in un raggio di circa 20-40 Km; danno economico diretto alle infrastrutture stimato in 300-400 Miliardi di Euro; danni incalcolabili a tutti i settori economici e turistici e blocco dell’assetto competitivo internazionale per la mancata produzione e fornitura di componenti nei principali settori industriali (auto, elettronica, ecc); danni incalcolabili all’ambiente ed alle filiere ittiche ed agroalimentari; danni incalcolabili igienico sanitari alle popolazioni coinvolte. In Germania vengono immediatamente disattivati 7 reattori, per circa 3 mesi, al fine di sottoporli a un’attenta valutazione delle condizioni operative e dei potenziali rischi funzionali ed ambientali. In Europa è stata pianificata una prima campagna di “Stress Test”(su 148 reattori operativi nel continente, su un totale di 442 nel mondo). Gli esiti di questi test permetteranno di valutare e pianificare i tipi e le priorità delle contromisure e/o delle azioni migliorative idonee a prevenire e/o mitigare gli effetti di questi incidenti. L’incidente nucleare di Fukushima rischia di spazzare in un colpo anche gli accordi di Kyoto e decenni di sforzi per la riduzione della CO2 e del riscaldamento globale del pianeta. L’effetto più prevedibile, infatti, di un minore ricorso al nucleare su ampia scala sarà quello di incrementare l’uso dei combustibili fossili, trasformando semplicemente un rischio potenzialmente devastante ma a bassa incidenza, in una certezza di alterazione lenta ma progressiva e costante del nostro ecosistema. E’ per questa ragione che il disastro che ha colpito in Giappone, la cui onda lunga sta colpendo e ci colpirà ancor più in futuro, ci chiede di elaborare nuove strategie che tengano conto della mutata situazione energetica internazionale. Per questo è importante creare occasioni di confronto, come quella promossa il 19 marzo scorso dalla Lilt (Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori) "Energie rinnovabili in Puglia, sostenibilità ambientale e sanitaria", presso il Centro Congressi Ecotekne dell'Università del Salento. Il documento finale, steso al margine del workshop e inviato da Lilt ai ministri dell'Ambiente e dello Sviluppo economico, al presidente della Regione Puglia, agli assessori regionali allo Sviluppo Economico e all'Ambiente, ai presidenti delle Provincie di Lecce, Brindisi e Taranto, ai sindaci dei Comuni delle tre province ed al prefetto di Lecce è chiaro: siamo oramai entrati in una ‘fase due’, se così potremmo dire, nella quale è richiesta a più soggetti, istituzionali, civili, industriali, una regolamentazione nella gestione degli impianti di energia rinnovabile, soprattutto in termini di impatto sulle persone, per quanto riguarda la salute, e sul territorio, per quanto riguarda una ricaduta a medio e lungo termine sull’ambiente. Ciò significa semplicemente che a una fase iniziale, nella quale la promessa di energia pulita tout-court è passata in primo piano rispetto alla salvaguardia del territorio, segue una fase in cui, a prescindere dal tipo di energia rinnovabile scelto per un determinato sito, non si possono tralasciare le istanze dei diversi soggetti presenti sul territorio stesso. Sono già stati messi in opera, da parte della Regione Puglia, alcuni strumenti legislativi per limitare il proliferare del fotovoltaico ‘selvaggio’ e anche le recenti normative europee si muovono nella stessa direzione, fornendo facilitazioni a chi rende eco-sostenibile la propria abitazione, intesa come microcellula ambientale. È importante fare il punto su questo scenario, il quale, come esordisce il documento completo, ha visto l’area jonico-salentina vittima della diffusione ‘incontrollata’ di impianti, e fotovoltaici e eolici. Il documento, sottoscritto da un gran numero di associazioni e comitati, ambientalisti e non, sottolinea la necessità di governare la diffusione di impianti per la produzione di energia elettrica attraverso una più attenta valutazione del loro impatto paesaggistico-ambientale ponendo dei limiti alla loro potenza e alla lunghezza della filiera produttiva, ma anche la condizione che venga utilizzata l’energia termica. Argomenti che ritengo condivisibili, anche se penso che il limite suggerito dei 200 KW di potenza elettrica sia eccessivamente restrittivo, troppo penalizzante in termini di efficienza produttiva. Ciò che non condivido invece è l’impostazione autarchica o di ” autoconsumo” che emerge dal documento, nel quale si auspica il passaggio dalle grandi centrali attuali ad un “sistema energetico decentrato, democratico, in cui le risorse energetiche come il sole e il vento, in taglie e forme tecnologiche compatibili con le nostre vocazioni territoriali non siano una minaccia per il territorio né occasione di speculazioni, ma indispensabili alleati e strumenti di sviluppo sostenibile”. A mio parere in quest’affermazione non si tiene conto di una serie di aspetti che sarebbe doveroso invece considerare. Non del progresso tecnologico – oggi è possibile la micro cogenerazione di energia elettrica e termica con CO2 Negativa o neutrale, utilizzando biomasse primarie e/o residuali in un’ottica di filiera corta, anzi cortissima, dando origine ad importanti sinergie con le produzioni agricole, uno dei punti di forza dell’economia salentina – non della necessità di valorizzare e sviluppare le risorse territoriali (proporre di limitare la produzione di energia ai bisogni locali sarebbe come dire che la Fiat dovrebbe limitare la produzione di automobili alla domanda di mobilità dei piemontesi) e, infine, non del senso di responsabilità che, nel mutato quadro energetico mondiale dovrebbe coinvolgerci tutti inducendoci a fornire il maggior contributo possibile, in considerazione delle risorse naturali di cui disponiamo e nel pieno rispetto delle esigenze di sicurezza e sostenibilità ambientale, per limitare i prevedibili e gravi danni all’ambiente che deriveranno dalla sostituzione dell’atomo con i combustibili tradizionali.

*Vander Tumiatti - esperto UNEP e fondatore Sea Marconi Technologies


articolo apparso su Paese Nuov. Foto Diretta News