mercoledì 7 dicembre 2011

“Non è un cambio di stagione” di Martin Caparròs (Edizioni Ambiente) di Vander Tumiatti























Martín Caparrós (Buenos Aires, 1957) si è laureato in Storia a Parigi, è vissuto a Madrid e New York e ha diretto riviste culturali. Ha tradotto Voltaire, Shakespeare e Quevedo, ha vinto il Premio Planeta Latinoamericano, il Premio Rey de España e la borsa di studio Guggenheim. Le sue opere sono state tradotte in svariate lingue. Lui  è un personaggio incredibile che di recente ha fatto delle affermazioni degne di essere prese in considerazione.  Se è vero dunque quello che dice l’ex funzionario ONU Martin Caparròs, ovvero che l’ambientalismo non solo si è macchiato di business e di velleità modaiole, la possibilità che per  vivere ogni giorno abbiamo bisogno di un’apocalisse diventa sempre più concreta. Parte da queste considerazioni Caparròs nel suo ultimo lavoro dal titolo “Non è un cambio di stagione” uscito in Italia per le Edizioni Ambiente. Questa è l’ultima pubblicazione che sono riuscito a valutare tra i miei tanti impegni di lavoro su e giù per l’Italia. Si tratta di un libro molto interessante, tanto che alcune considerazioni in esso riportate potrebbe suscitare nella migliore delle ipotesi un “vespaio”: una forte eco/delusione dovuta all’incapacità di fare analisi obiettive davanti alle grandi tragedie come la fame nel mondo; il fatto che l’ecologia sia diventata una moda e che detti l’agenda delle soluzioni che i principali capi di governo prendono in merito: un neoconservatorismo nelle frange più estreme della sinistra ecologica, dovuto ad una perdita del senso di un futuro eco/compatibile; il generale fraintendimento della società civile nei confronti delle questioni ecologiche più importanti … ovvero ci si preoccupa per una foca che sta annegando e non dei bambini denutriti che muoiono ogni giorno. Questo libro è importante perché ci fa riflettere sul fatto che ogni categoria di “impegnati”, ha la sua personale apocalisse, sulla quale però non riesce a mettere a fuoco possibili soluzioni o proposte. “Non è un cambio di stagione” è un percorso dunque in nove paesi dal Brasile alla  Nigeria al Niger al Marocco alla Mongolia all’Australia alle Filippine, alle isole Marshall sino agli Stati Uniti ormai sotto attacco del cambiamento climatico. Una vera e propria riflessione a fior di lama quella di Caparròs sulle contraddizioni dell’ecologismo e dell’ambientalismo esasperato che a sua volta si fa “affarismo” riuscendo addirittura a smascherare con ironia e intelligenza le zone d’ombra di certi ambienti dell’ecologia integralista che si mascherano di purezza quando in realtà sotto sotto a volte c’è del marcio.

L’ultimo giorno felice di Tullio Avoledo (edizioni Verdenero). Intervento di Vander Tumiatti























Francesco di mestiere fa l’architetto e decide di portare per una scampagnata domenicale, moglie, figli e amici in una gita lungo le isole della laguna veneta. Tutto sembra andare contro una giornata di relax, e infatti viene bombardato da telefonate sul cellulare, cosicché i pensieri si accumulano nella sua testa formando un nugolo inestricabile e malevolo di ansie, stress, e tensioni … il tutto in un’alchimia di storie provenienti dal suo lontano passato sino ai progetti di un futuro incerto e poco chiaro. Nella sua testa ecco che comincia a farsi strada però un pensiero nitido, preciso, che comincia a fare pulizia di tutta quella nebbia interiore che per poco non lo soffoca: l’unica proprietà rimastagli ovvero quella dove abita zio Tarciso, una persona piuttosto anziana, ma singolarmente scorbutica, e scostante. Un pensiero ossessivo che nella testa di Francesco si lega  ad un surreale pranzo slow food, e poi la verità su un mondo dove gli intrecci tra “eco/mafia” e politica assumono contorni quasi “fantascientifici”. Quali dunque i legami tra questi frame mnemonici che il protagonista vive sulla propria pelle? Uno solo: il paradigma di una grande lezione di educazione ambientale sul dissesto e il progressivo deterioramento dei nostri fiumi e della qualità della  nostra vita. Fondamentalmente l’autore parla della nostra incapacità di tutelare l’ambiente a noi circostante, arrivando a perdere quel senso dell’urgenza che forse potrebbe cambiare quell’impressione di deriva cui siamo obbligati a sottostare, arrivando quasi al punto di disprezzare le problematiche di carattere ecologico, come cose altre, che non ci riguardano da vicino. L'Avoledo che leggiamo in questo libro è un Avoledo insolito, rispetto alle sue non certo strabilianti prove come “Breve storia di lunghi tradimenti” o la “Ragazza di Vajont” che ho avuto modo di leggere qualche tempo fa. Questo libro è fondamentalmente bello, denso di essenzialità, prerogativa che solo una grande autore riesce a infondere alle sue opere, commovente, ironico, e si potrebbero elencare molte altre qualità! Ma ciò che ha colpito in particolare è il salto di prospettiva scelto dall’autore per dispiegare il tessuto narrativo, dando luogo a un insolito e perciò assai intrigante punto di vista. Devo dire che sfogliarlo mi e' piaciuto davvero, il libro si legge bene, e soprattutto ha il pregio di mostrarci quanto malata sia la società di oggi … una società che nell’arco di qualche generazione è riuscita nella titanica impresa di provocare enormi disastri ambientali sotto l’imperativo categorico del dio denaro, cancellando dall’agenda della nostra vita la possibilità di riconsiderare i nostri stili di vita. Ma il libro unisce alle tematiche ambientali quelle sociologiche tuffandoci nella provincia profonda del Nord Est e nei suoi miti, primo tra questi il benessere, conquistati a prezzo del tempo, del paesaggio, della perdita della memoria e della propria cultura. Francesco, architetto che ha venduto la sua anima alla mafia, diventerà pienamente consapevole di questa perdita incommensurabile, della grande assenza di vita, soltanto in quelle ultime ore di un giorno finalmente felice. 

Intervento apparso sulle pagine della cultura del quotidiano Paese Nuovo

lunedì 17 ottobre 2011

“Un mondo al bivio. Come prevenire il collasso ambientale ed economico” di Lester R. Brown (Edizioni Ambiente). Intervento di Vander Tumiatti *





















Siamo giunti in un momento storico molto particolare, dove il senso dell’urgenza, si fa sempre più pressante e forse necessario. Senso di urgenza che ovviamente abbraccia diversi livelli, politico, economico, sociale, ambientale, interessando sia i micro, sia i macro sistemi. Tra i tanti impegni lavorativi che mi occupano in Italia e all’estero non rinuncio al piacere di una buona lettura su questioni che penso possano interessare a vario titolo la comunità del lettori di opere di pregio e che vogliono “dire” qualcosa. Proprio in questi giorni mi è capitato tra le mani il lavoro edito da Edizioni Ambiente dal titolo “Un mondo al bivio. Come prevenire il collasso ambientale ed economico”di Lester R. Brown  L’autore, che ha  pubblicato numerosi interventi di natura saggistica e una cinquantina di libri, è il fondatore e presidente dell’Earth Policy Institute di Washington D.C. (USA) ed è persona degna di stima e onore, dal momento che per il suo costante apporto alla tutela dell’ambiente ha vinto numerosi premi a livello internazionale, ottenendo ben 25 lauree honoris causa. Il libro, che si legge davvero di getto, è una specie di speciale sintesi che parte dalle sue più interessanti riflessioni su economia e ambiente per arrivare a degli spunti di riflessione notevoli. In effetti da “Un mondo al bivio” Brown non ci si deve aspettare improbabili soluzioni miracolose, in grado di risolvere in linea puramente teorica i mali di questo mondo, ma un momento in cui la parola d’ordine irrinunciabile è “cooperazione”. Un termine che sta a significare che quanto fatto sino ad oggi non basta e non può bastare, in ambito economico ed ambientale soprattutto. Lo scrittore ci dice che è ora di smetterla con i temporeggiamenti, che è giunto il momento di realizzare metodi e strumenti che rappresentino misure decisive per una eco/sostenibilità dei sistemi produttivi, sia in senso particolaristico che in generale. E l’urgenza sicuramente c’è, vuoi per i cambiamenti climatici, per la scarsità di risorse idriche, vuoi per la nostra troppo limitata o irrazionale produttività alimentare. Brown illustra quindi il cammino più efficace per produrre energia da fonti rinnovabili, tutelare la resa dei terreni ed evitare il prosciugamento delle riserve d’acqua potabile. Lo fa partendo da una considerazione di fondo: il modello economico occidentale, fondato su concetti come crescita continua ed uso indiscriminato delle risorse non potrà funzionare ancora per molto. Già il “Club di Roma”, fondato nel 1968 dall'imprenditore italiano Aurelio Peccei e dallo scienziato scozzese Alexander King, insieme a premi Nobel, leader politici e intellettuali, aveva focalizzato queste criticità. Il famoso “Rapporto sui limiti dello sviluppo”, noto come “Rapporto Meadows” (1972), aveva predetto che la crescita economica è limitata dalla disponibilità di risorse naturali e dalla capacità di conversione delle emissioni di contaminanti da parte del pianeta.
E non potrà funzionare, soprattutto per la pressione delle economie emergenti (Cina, India, ecc.). La crescita incontrollata della popolazione mondiale (7 miliardi a fine 2011) e gli attuali modelli di consumo, determinano le condizioni di “Crisi del XXI Secolo” rendendo indispensabile rispondere dando priorità assoluta a una strategia di sviluppo sostenibile globale. Che fare, allora? Lester Brown ha pensato a una via altra, a una nuova economia rispettosa del pianeta che punti a preservare le risorse naturali, a farne semmai un uso (e riuso) intelligente, e che rinunci progressivamente ai combustibili fossili. Alla base del suo ragionamento, che lui definisce “Piano B”, in alternativo al “Piano A” che è quello attualmente e drammaticamente in vigore, vi sono quattro obiettivi prioritari: stabilizzare il clima, stabilizzare la popolazione, estirpare la povertà e ripristinare gli ecosistemi terrestri.

Per conseguirli, è urgente abbandonare il modello attuale, basato sui combustibili fossili, centrato sull’automobile e sull’usa e getta. Continuare su questa strada significa andare verso la distruzione degli ecosistemi di supporto della stessa economia, col rischio concretissimo di fare la stessa fine delle prime civiltà (i Maya o i Sumeri, per fare un esempio): ovvero di procedere speditamente verso il declino e poi l’estinzione totale della nostra civiltà.
Ma questo eclettico pensatore – Brown è scrittore, economista e ambientalista - considerato tra i gli opinionisti più influenti del mondo, non si ferma all’analisi del problema oppure alla mera formulazione di ipotesi astratte, tanto salvifiche quanto irrealistiche. Egli avanza invece proposte concrete che, se adottate, potrebbero condurre in tempi sufficientemente rapidi a miglioramenti significativi della situazione. Innanzitutto, egli sostiene, occorrerebbe procedere a una ristrutturazione del sistema della tassazione in modo che  riduca le emissioni di CO2 dell’80% entro il 2020 (uno degli obiettivi fondamentali del Piano): ovvero introdurre una carbon tax mondiale più elevata, compensata da un’analoga riduzione, per le imprese, delle imposte sul lavoro.

In questo modo non cambierebbe l’entità complessiva delle imposizioni fiscali, ma si incorporerebbero nella carbon tax i costi derivanti dai cambiamenti climatici globali.

Per stabilizzare la popolazione, debellare la povertà e ripristinare i sistemi naturali della Terra la relativa spesa si aggira, secondo Brown, sui 200 miliardi di dollari l’anno. Apparentemente, fa notare l’autore, si tratta di una cifra estremamente elevata, che però corrisponde all’incirca a un terzo dell’attuale bilancio della difesa degli Stati Uniti (560 mld$) e a un sesto di quello mondiale (1.235 mld$). In un certo senso può essere vista come il nuovo modo di intendere il budget della difesa, quello che affronta le più serie minacce alla nostra sicurezza, quali sono quelle che mettono a repentaglio il nostro futuro.
Ma non è solo questione di grandi investimenti; quella di Brown è una “everyman’s strategy”, che punta – questa la novità - al coinvolgimento dei singoli individui, e non solo quali persone che responsabilmente effettuano la raccolta differenziata oppure riciclano la carta dei giornali o sostituiscono le loro lampadine a incandescenza con dispositivi più efficienti. Come? Diventando politicamente sempre più attivi, impegnandosi quotidianamente perché si arrestino gli attuali trend di distruzione ambientale e crescita demografica che minano il nostro futuro. La scommessa è di quelle da far tremare i polsi: salvare la nostra civiltà. Astenersi spettatori, siamo chiamati tutti al tavolo da gioco (si fa per dire) e a puntare, con consapevolezza, determinazione e coraggio, perché la posta non potrebbe essere più alta.

*Esperto Unep e fondatore di Sea Marconi Technologies di Torino

lunedì 12 settembre 2011

“Sindrome giapponese. La catastrofe nucleare da Chernobyl a Fukushima” a cura di Alessandro Tessari (Mimesis edizioni) di Vander Tumiatti














Scopro nelle mie tante peregrinazioni editoriali (e per una singolare coincidenza di letture) una casa editrice italiana impegnata con le sue pubblicazioni nel sociale e soprattutto su tematiche che sono tanto necessarie da passare al vaglio della ragione e del buon senso. Parlo di una editrice, Mimesis edizioni, fondata nel 1987 e nata come associazione culturale con lo scopo di diffondere le idee che agitano la riflessione nostrana e nel resto d’Europa con una sola parola d’ordine: l’impegno a pubblicare lavori che facciano conoscere un pensiero indipendente e un modo originale di fare cultura a 360 gradi. Il libro che propongo in questa sede per i tipi di Mimesis ha per titolo “Sindrome giapponese. La catastrofe nucleare da Chernobyl a Fukushima” a cura di Alessandro Tessari, con interventi di Alessandro Tessari, Hiroki Azuma, Kojin Karatani, Roberto Terrosi, Florian Coulmas, Marcello Ghilardi, Francesco Paparella. Alessandro Tessari, docente universitario, già deputato e poi senatore della Repubblica, è stato uno tra i più importanti promotori del referendum che nel 1987, dopo la tragedia di Chernobyl, ha abrogato il nucleare in Italia. Il libro si presenta con una struttura agevole e un linguaggio veramente accessibile a tutti, anche per chi magari non possiede precise coordinate storiche che aiutino a comprendere appieno tutte le dinamiche esposte tra le pagine di questa pubblicazione. Nel libro si parla fondamentalmente di come il nucleare abbia trovato posto nel dibattito politico e sociale del nostro paese, di come l’informazione in tali ambiti sia stata gestita, quali interessi economici siano subentrati, se vi sono stati scienziati“interessati”, politici assoldati e divulgatori a pagamento che, a spada tratta, hanno tentato di fornire un’immagine poco chiara di un’energia pulita, sicura, che costa poco, alternativa a petrolio e carbone. Quello che è successo da Chernobyl a Fukushima, ci dice Tessari, ci dimostra che quando si parla di nucleare ci si muove su terreni che definire accidentati sarebbe un eufemismo e che spesso il meticciamento tra tradizione e innovazione trova seri ostacoli, anche concettuali, per una forte mancanza di senso critico.

Secondo Tessari, la realtà della catastrofe fornisce un’ulteriore prova di come la tecnologia non sia “neutrale” e una fonte energetica creata come arma di distruzione di massa non possa magicamente riciclarsi per usi pacifici senza perdere la sua intrinseca pericolosità. Persino la proverbiale saggezza giapponese rivela un inquietante risvolto: l’atavico istinto di sottomissione ai poteri costituiti e un pericoloso fatalismo.

A mio parere vi sono molti aspetti che, al di là delle diverse posizioni ideologiche, concorrono a dare forza alle argomentazioni di Tessari. Il nucleare è una fonte di energia a basso rischio statistico ma ad altissima pericolosità potenziale. In altre parole, se funziona correttamente esso contribuisce in maniera molto modesta all'incremento della C0 2 atmosferica, ma in caso di malfunzionamenti può produrre danni incommensurabili e su vastissima scala all'ambiente. Lo ha dimostrato chiaramente la tragedia di Cernobyl(aprile 1986), che ha causato e continuerà a causare nel futuro numerose vittime e danni incalcolabili. Ancora oggi, ad oltre 25 anni di distanza, ricerche scientifiche dimostrano la persistenza dei suoi effetti sugli esseri umani, sulla flora e sulla fauna. Il nucleare genera dei rifiuti che restano altamente radioattivi anche dopo un trattamento (di stabilizzazione fisica e di riduzione dei volumi) in centri specializzati. Alcuni radioisotopi hanno una vita residuale di centinaia di migliaia di anni. Allo stato della migliore tecnica disponibile (BAT) non si è ancora trovata una soluzione sostenibile e siti sicuri per la gestione in sicurezza di questo genere di rifiuti. Non è vero poi che questa sia la fonte di energia più a buon mercato. A conti fatti risulta che il nucleare di terza generazione è troppo costoso. Secondo una ricerca del Dipartimento USA dell’energia (che non si può certo tacciare di antinuclearismo) un reattore nucleare tipo EPR da 1600 MVA costa, convertito in euro, 7,5 miliardi, ben più di quanto è stato comunicato in Italia da fonti governative (4,5 miliardi). E in questo calcolo non si tiene conto dei costi per la gestione e lo smaltimento dei rifiuti radioattivi nonché lo smantellamento e la bonifica degli impianti e dei siti a fine vita (decommissioning). Anche sotto il profilo dell'indipendenza energetica il nucleare non risolverebbe alcuno dei problemi che attualmente ci assillano. Continueremo infatti a importare petrolio per i mezzi di trasporto, e in più, diventeremo dipendenti dall’estero per l’Uranio e per la tecnologia, visto che il nuovo reattore EPR è un brevetto francese (AREVA & EDF). Inoltre, com'è noto, l'uranio non è illimitato, anzi secondo le ultime prospezioni, parrebbe destinato ad esaurirsi, a consumi attuali, nell'arco di alcune decine di anni. Un tempo destinato inevitabilmente a ridursi con la costruzione di ogni nuova centrale. Queste le problematicità correlate a tale forma di energia. Concordando quindi in gran parte con le affermazioni contenute nel volume di Tessari, vorrei però ricordare - come già fatto in altre occasioni e su queste stesse colonne - la stringente necessità di una reale alternativa che salvaguardi l'intero nostro ecosistema ovvero, in assenza di ipotesi praticabili, di un ripensamento globale (cosa che, lo riconosco, può apparire piuttosto utopistica) dei nostri stili di vita e di consumo. A ciò potrei aggiungere anche la necessità di un radicale mutamento culturale che conduca ad una consapevolezza di gran lunga maggiore, allargata e profonda dei rischi che sta correndo la nostra casa comune, la Terra. A questo punto mi sembra adeguato concludere con le parole di Tessari "Il mescolarsi proficuo di tradizione e innovazione trova i suoi limiti nella mancanza di senso critico e nel conformismo. E’ singolare che proprio un evento bellico nucleare (Hiroshima e Nagasaki, agosto 1945), abbia segnato la nascita del Giappone contemporaneo. Fukushima segna oggi un nuovo punto di svolta, quello in cui un evento naturale (terremoto e tsunami) si è trasformato in disastro nucleare .

articolo apparso su Paese Nuovo

domenica 19 giugno 2011

Lagune (quasi) blu - Condizioni di vita e di salute degli stagni costieri in Italia di Mauro Lenzi, (Effequ). Di Vander Tumiatti*












Tra un viaggio di lavoro e l’altro ho avuto modo di acquistare e leggere un agevole saggio edito dalla casa editrice Effequ. La collana ha per denominazione “Saggi Pop” e, a dispetto di quello che potrebbe indurre a credere il nome, si tratta (in libreria ho osservato e apprezzato più di un titolo) di pubblicazioni che si occupano in maniera “soft” e mai banale o superficiale di tematiche che possono interessare e toccare da vicino la nostra quotidianità, quella vita che conduciamo talvolta in maniera distratta, senza fermarci a riflettere su questioni che riguardano la nostra comunità, la nostra società, il nostro futuro e, last but not least, la tutela dell’ambiente. In precedenti interventi su queste pagine mi sono occupato di autori come Ferdinando Boero, Antonio Galdo, Rossella Barletta solo per citarne alcuni, che mi hanno incuriosito per i diversi approcci alla salvaguardia ambientale che hanno evidenziato nei rispettivi lavori.

Per mia natura sono un lettore onnivoro e devo dire che, anche in questo caso, non mi smentisco. Già, perché esce dunque “Lagune (quasi) blu - Condizioni di vita e di salute degli stagni costieri in Italia” di Mauro Lenzi per i tipi di Effequ edizioni. Lenzi è membro della Società italiana di biologia marina, co-fondatore della rete italiana per la ricerca lagunare Lagunet, dirige le attività di ricerca del laboratorio di ecologia della laguna di Orbetello per la società Orbetello pesca lagunare e collabora con le università di Pisa, Firenze, Siena, Parma, Venezia e Roma, oltre che con l’Ispra (Istituto di ricerche protezione dell’ambiente) di Roma, con il WWF Italia, con l’Arpat (Protezione ambientale toscana), con la Fao Roma, con il Cnr Italia (Comitato Nazionale Ricerche) e con l’Enea (Agenzia nazionale per la nuova tecnologia). Autore di tutto rispetto, Lenzi ha scritto un libro che si legge con grande agilità e piacevolezza, il cui intento fondamentale è di guidare il lettore all’esame delle lagune costiere (“zone di transizione”) lungo la costa del Mediterraneo e poi tra Spagna, Francia e Italia. Ma cosa ancora più interessante è che tenta di farne una fotografia, la più lucida possibile.

Ma cosa sono in realtà le “zone di transizione?”. Parliamo di zone al confine tra mare e terraferma che furono individuate dai nostri avi per costruirvi le loro palafitte e apprezzate per le opportunità di sopravvivenza offerte dall’habitat, perfetto per innumerevoli specie animali e vegetali. Si tratta pertanto di territori ambiti dall'uomo, che in essi ha potuto cacciare e pescare con estrema facilità. L’autore dichiara che tuttora le lagune e gli acquitrini italiani sono zone di grande importanza da un punto di vista ecologico, naturalistico, paesaggistico, ma anche economico, con il loro indotto di attività lavorative (turismo, pesca, allevamento ittico). Si pensi per esempio alla Laguna di Venezia, la più grande d’Europa, dove ha potuto fiorire, anche grazie alla protezione offerta da queste “Terre incerte”, la repubblica marinara che estese il suo dominio, nel corso di vari secoli, dall’Adriatico ai Balcani, fino all’Asia Minore. Ma al di là dell’argomento specifico, non appena terminato di leggere questo bel lavoro di Lenzi mi sono prontamente balzati alla mente numerosi spunti di riflessione. Viene spontaneo chiedersi, infatti, perché non si possa, magari su argomenti delicati in ambito ambientale, a partire dalle cosiddette “zone di transizione”, sino a questioni concernenti l’eolico, il fotovolatico, le bioenergìe, armonizzare le idee spesso contrastanti di ecologi, ingegneri, cacciatori, pescatori, agricoltori, gestori di attività turistiche, amministratori, opinion leader e operatori dell’informazione in questi ambiti. Territori di transizione anch’essi, quindi potenzialmente adatti a fornire un habitat metaforico e ideale al confronto dialettico tra l’uomo e l’ambiente, la società, la propria coscienza. Una domanda, almeno una, rimane però sospesa nell’aria, ancora in attesa di una plausibile risposta: come mai è possibile che tra economia, informazione e ambiente ci sia uno iato così forte?

* Fondatore di Sea Marconi Technologies Italia

lunedì 13 giugno 2011

“IL RISPARMIO ENERGETICO DAI MICRO AI MACROSISTEMI AMBIENTALI”.








Nuovo appuntamento del Forum Convergenze Possibili con lo Studio AERREKAPPA di Lecce, che si terrà il 16 giugno 2011 alle ore 19.30 presso “Cibus Mazzini” in via Lamarmora 4 a Lecce, e che avrà per titolo “IL RISPARMIO ENERGETICO DAI MICRO AI MACROSISTEMI AMBIENTALI”.
Parteciperanno l’Ing. Laura Cinquarla, Responsabile Formazione di “iGuzzini Illuminazione” dalla sede centrale di Recanati, il Dott. Federico Ambrosanio, Area Manager di “iGuzzini Illuminazione” dalla sede centrale di Recanati, l’Arch. Cristina Caiulo dello Studio AERREKAPPA da Lecce, l’Ing. Stefano Pallara dello Studio AERREKAPPA da Lecce, Vander Tumiatti di Sea Marconi Technologies da Torino. Modererà il Dott. Gianluca Pasca dell’Ass. Kalos Manfredi Pasca da Lecce.

IL FORUM - Il tema del risparmio energetico e della riduzione dell’inquinamento mediante l’utilizzo delle energie rinnovabili è un tema affascinante ma spinoso. Affascinante perché gli elementi con i quali si lavora sono le forze della natura che consentono la nostra vita sulla terra, e che l’uomo sapeva utilizzare con grande maestria e rispetto in epoche passate, ma che oggi sfrutta senza ritegno con le conseguenze ben note. Spinoso perché non basta la parola per essere davvero “sostenibili energeticamente”, non dimentichiamo che anche il metano che brucia nelle nostre caldaie è un prodotto “naturale” ma i residui della sua combustione sono nocivi se emessi in grande quantità e concentrati nell’aria che respiriamo. La stessa cosa si può dire per gli impianti fotovoltaici o per quelli eolici, che sono di forte impatto sul territorio e devono essere progettati con cognizione di causa. Il nostro campo di azione come progettisti si concentra sulla piccola scala come obiettivi e interventi, ma con benefiche ricadute anche su larga scala come effetti. Il nostro impegno in tal senso inizia subito, ancora prima della fase progettuale, con uno studio approfondito delle caratteristiche ambientali nelle quali andiamo ad operare. L’utilizzo di energie pulite e rinnovabili viene attentamente valutato, sia dal punto di vista dell’ottimizzazione sia da quello del risparmio non solo energetico, e il filo conduttore di tutte le nostre scelte è il miglior rapporto qualità-prezzo.

Con soluzioni molto semplici da mettere in opera ma raffinate dal punto di vista progettuale, il nostro contributo al rispetto dell’ambiente comincia dalla nostra casa, dal luogo più prossimo a noi, per poi estendersi al contesto che la circonda in una vera e propria osmosi, mediante un processo che considera la casa un organismo vivente. Infatti anche l’ambiente che ci circonda è la nostra casa, e questo ritrarsi da una dimensione di condivisione collettiva dei problemi, caratteristico dei nostri tempi individualisti, ha provocato la deriva ambientale di cui sperimentiamo ogni giorno gli effetti, con i rifiuti per strada e sulle spiagge, il traffico impazzito, gli eventi climatici stagionali che si trasformano in catastrofi per l’impermeabilizzazione del terreno dovuta alla cementificazione selvaggia, la mistificazione della speculazione edilizia che ci vende la casetta a schiera unifamiliare come autonoma ma ubicata all’interno di un condominio (orizzontale), e così via. Problemi ai quali non si riesce a dare una risposta soddisfacente, a causa senz’altro della indiscutibile complessità del mondo contemporaneo, ma anche perché abbiamo lasciato che la città crescesse liberamente all’interno di una fitta trama di leggi e norme servite solo a fissare i limiti da superare. Purtroppo ad un certo punto è come se la riflessione profonda sulla città e sull’architettura, e sul risparmio energetico in generale, che non si è mai fermata tra gli addetti ai lavori, sia stata amplificata dai media solo su di un piano formale e superficiale.

venerdì 27 maggio 2011

L'Educazione all’ambiente con la casa editrice Perdisa di Vander Tumiatti*













Il percorso sviluppato sino ad oggi con i miei interventi proposti sulle pagine di questo quotidiano, ha avuto e ha (visto che tutt’ora conservano la stessa finalità e la conserveranno anche in futuro) l’obiettivo di proporre ai lettori una chiave d’indagine quanto più attenta possibile alle questioni concernenti l’ambiente, sotto molteplici aspetti, da quello sociale a quello prettamente culturale. Con una consapevolezza di fondo: che ci troviamo in un paese qual è l’Italia, che può dirsi con orgoglio una nazione ricca non solo di arte e cultura, ma anche di un patrimonio, in termini di biodiversità, che ha pochi confronti nel nostro continente. Una risorsa preziosissima, che abbiamo il dovere di preservare. Dunque ho sempre avvertito la necessità di occuparmi con senso critico di ambiente e informazione, con la consapevolezza che non si legge mai troppo, non si indaga mai troppo, non si fa mai troppo per l’ambiente. Di recente ho avuto il piacere di scoprire in libreria una pubblicazione della casa editrice Perdisa, nella collana “Educazione ambientale”, diretta da Mario Ferrari. Il lavoro è di Cristina Menta, docente di Biologia del suolo presso il Dipartimento di Biologia Evolutiva e Funzionale dell’Università di Parma, nonché ricercatrice presso il Museo di Storia Naturale della stessa città. Il titolo è “Guida alla conoscenza della biologia e dell'ecologia del suolo”. Si tratta di un lavoro di facile comprensione - anche se in più di qualche occasione non mancano gli approfondimenti tecnici e linguaggi specifici - che ci dice quanto il terreno, il suolo, sia una risorsa per l’ambiente e che, in quanto entità biologica complessa ( dal momento che limita i danni provocati dagli inquinanti immessi nel terreno e determina la qualità di produzione dei nostri alimenti), va monitorata e analizzata costantemente. Pur sapendo, però, che gli studi sulla sua biologia e sulla sua ecologia sono arretrati rispetto a quelli relativi ad altri elementi naturali come l’acqua e l’aria. L’opera conduce per mano il lettore nel sorprendente mondo della biologia e dell’ecologia del suolo, fattore indispensabile sul piano argomentativo per l’eco/sostenibilità. Il volume stimola una serie di riflessioni su come sia cambiato nel tempo il nostro rapporto con la terra a causa dei mutamenti culturali indotti dallo sviluppo della tecnologia. Nel tempo che stiamo vivendo, in cui assistiamo al trionfo dell’immaterialità, parrebbe infatti quasi bizzarro occuparsi di quanto c’è di più “materiale” in senso fisico, ma anche culturale, come la “terra”. Un aspetto che viene spesso trascurato è Il tempo necessario alla formazione del suolo: tempi lunghissimi, a volte secoli. Addirittura millenni, come nel caso delle paludi. Oppure delle torbiere, che crescono solo di circa 1 mm all’anno. In altre parole, per formare 2 metri di torba bisogna aspettare ben 2000 anni! Si calcola che la formazione dei suoli agrari abbia richiesto addirittura milioni di anni. Ma ci sono bastati pochi decenni per degradarli e depauperarli dei loro elementi costitutivi a seguito di un uso improprio delle tecniche dell’agricoltura intensiva. E’ ormai indispensabile investire di più in una ricerca il cui scopo sia quello di promuovere un'agricoltura più conservativa e meno “aggressiva”. Si tratta in pratica di abbandonare la strada percorsa finora, quella dello sfruttamento del suolo al solo scopo di massimizzare i profitti, per imboccare percorsi più virtuosi dove, senza trascurare le leggi dell’economia, la terra possa essere oggetto del rispetto e delle attenzioni che merita. Un problema serio, spesso sottovalutato, è quello della desertificazione di vaste aree nei paesi in via di sviluppo, ma anche in quelli industrializzati, seppure con motivazioni tra loro molto diverse. Nel nostro Paese, una gestione del territorio inadeguata alle reali necessità ha fatto sì che circa due terzi dei suoli manifestino i segni di un degrado crescente. E ciò è particolarmente vero nelle aree a più forte presenza umana. Un problema legato, da una parte, allo sviluppo considerevole delle tecniche agricole, che ha peraltro determinato un significativo incremento di produttività, dall’altra a scelte di politica urbanistica insensibili al tema della tutela del suolo e alle sue delicate relazioni con l’intero ecosistema. La terra costituisce infatti un elemento chiave nella regolazione dei cicli naturali in quanto agisce da filtro che depura l’acqua che beviamo e l’aria che respiriamo; svolge una funzione biologica, ospitando la vita di moltissimi esseri viventi, tra cui innumerevoli microrganismi, funghi, animali, piante; e’ fonte primaria di materie prime; riveste un’importante funzione economica per le produzioni agricole e forestali; svolge un’importante funzione culturale sotto forma di paesaggio e di luogo dove si imprimono i segni della storia e delle svariate attività umane. Ma, soprattutto, è il posto dove poggiamo ogni giorno i nostri piedi, che sorregge la nostra casa e sorreggerà quella dei nostri figli e delle generazioni che verranno. E, almeno fino a quando non riusciremo a colonizzare altri mondi, anche l’unica nostra possibilità di vita.

* Esperto Unep e fondatore di Sea Marconi Technologies

mercoledì 11 maggio 2011

Pensare ora al post Fukushima! Di Vander Tumiatti*










L’incidente nucleare Fukushima-TEPCO (Giappone), dell’ 11 marzo 2011, unitamente alla previsione dell’esito sul quesito referendario per il nucleare, ha indotto il 20 aprile 2011, il Ministro allo Sviluppo Economico, Paolo Romani, ad annunciare l’emendamento del Governo al Decreto Omnibus che abroga la Legge Sviluppo 2009 per la “Definizione e l‘attuazione del programma di localizzazione, realizzazione ed esercizio nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia elettrica nucleare”. Il piano nucleare italiano viene comunque confermato come prioritario e strategico (viene solo sospeso per 12-24 mesi), come conclamato dalle recenti dichiarazioni del 26 aprile 2011 da parte del Capo del Governo, Silvio Berlusconi. Questo piano prevede la progressiva costruzione e la gestione di otto reattori di terza generazione (tecnologia EPR francese con reattori da 1600 MWe ), per un totale di 12.800 MWe, ed un investimento stimato di circa 53,8 Miliardi di Euro equivalente a 4200 Euro/KWe installato. L’incidente di Fukushima che ha coinvolto n.6 reattori nucleari ha dimostrato la totale incapacità degli attuali modelli di predire e valutare gli effetti dei rischi naturali (terremoto del 9 grado della scala Richter e conseguente tsunami) e delle prevedibili interazioni con i rischi tecnologici che si propagano fino a determinare un incontrollato “Incidente Nucleare-Top Event”(classificato come di livello7, il massimo, come quello occorso il 26 aprile 1986, in questo caso ad un solo reattore, il 4, a Chernobyl). L’impatto preliminare di questo incidente si caratterizza con un “Profilo-Top Event Nucleare”unico: distruzione immediata di 4546 MWe di generazione e indisponibilità di energia per le utenze civili ed industriali; evacuazione di centinaia di migliaia di persone in un raggio di circa 20-40 Km; danno economico diretto alle infrastrutture stimato in 300-400 Miliardi di Euro; danni incalcolabili a tutti i settori economici e turistici e blocco dell’assetto competitivo internazionale per la mancata produzione e fornitura di componenti nei principali settori industriali (auto, elettronica, ecc); danni incalcolabili all’ambiente ed alle filiere ittiche ed agroalimentari; danni incalcolabili igienico sanitari alle popolazioni coinvolte. In Germania vengono immediatamente disattivati 7 reattori, per circa 3 mesi, al fine di sottoporli a un’attenta valutazione delle condizioni operative e dei potenziali rischi funzionali ed ambientali. In Europa è stata pianificata una prima campagna di “Stress Test”(su 148 reattori operativi nel continente, su un totale di 442 nel mondo). Gli esiti di questi test permetteranno di valutare e pianificare i tipi e le priorità delle contromisure e/o delle azioni migliorative idonee a prevenire e/o mitigare gli effetti di questi incidenti. L’incidente nucleare di Fukushima rischia di spazzare in un colpo anche gli accordi di Kyoto e decenni di sforzi per la riduzione della CO2 e del riscaldamento globale del pianeta. L’effetto più prevedibile, infatti, di un minore ricorso al nucleare su ampia scala sarà quello di incrementare l’uso dei combustibili fossili, trasformando semplicemente un rischio potenzialmente devastante ma a bassa incidenza, in una certezza di alterazione lenta ma progressiva e costante del nostro ecosistema. E’ per questa ragione che il disastro che ha colpito in Giappone, la cui onda lunga sta colpendo e ci colpirà ancor più in futuro, ci chiede di elaborare nuove strategie che tengano conto della mutata situazione energetica internazionale. Per questo è importante creare occasioni di confronto, come quella promossa il 19 marzo scorso dalla Lilt (Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori) "Energie rinnovabili in Puglia, sostenibilità ambientale e sanitaria", presso il Centro Congressi Ecotekne dell'Università del Salento. Il documento finale, steso al margine del workshop e inviato da Lilt ai ministri dell'Ambiente e dello Sviluppo economico, al presidente della Regione Puglia, agli assessori regionali allo Sviluppo Economico e all'Ambiente, ai presidenti delle Provincie di Lecce, Brindisi e Taranto, ai sindaci dei Comuni delle tre province ed al prefetto di Lecce è chiaro: siamo oramai entrati in una ‘fase due’, se così potremmo dire, nella quale è richiesta a più soggetti, istituzionali, civili, industriali, una regolamentazione nella gestione degli impianti di energia rinnovabile, soprattutto in termini di impatto sulle persone, per quanto riguarda la salute, e sul territorio, per quanto riguarda una ricaduta a medio e lungo termine sull’ambiente. Ciò significa semplicemente che a una fase iniziale, nella quale la promessa di energia pulita tout-court è passata in primo piano rispetto alla salvaguardia del territorio, segue una fase in cui, a prescindere dal tipo di energia rinnovabile scelto per un determinato sito, non si possono tralasciare le istanze dei diversi soggetti presenti sul territorio stesso. Sono già stati messi in opera, da parte della Regione Puglia, alcuni strumenti legislativi per limitare il proliferare del fotovoltaico ‘selvaggio’ e anche le recenti normative europee si muovono nella stessa direzione, fornendo facilitazioni a chi rende eco-sostenibile la propria abitazione, intesa come microcellula ambientale. È importante fare il punto su questo scenario, il quale, come esordisce il documento completo, ha visto l’area jonico-salentina vittima della diffusione ‘incontrollata’ di impianti, e fotovoltaici e eolici. Il documento, sottoscritto da un gran numero di associazioni e comitati, ambientalisti e non, sottolinea la necessità di governare la diffusione di impianti per la produzione di energia elettrica attraverso una più attenta valutazione del loro impatto paesaggistico-ambientale ponendo dei limiti alla loro potenza e alla lunghezza della filiera produttiva, ma anche la condizione che venga utilizzata l’energia termica. Argomenti che ritengo condivisibili, anche se penso che il limite suggerito dei 200 KW di potenza elettrica sia eccessivamente restrittivo, troppo penalizzante in termini di efficienza produttiva. Ciò che non condivido invece è l’impostazione autarchica o di ” autoconsumo” che emerge dal documento, nel quale si auspica il passaggio dalle grandi centrali attuali ad un “sistema energetico decentrato, democratico, in cui le risorse energetiche come il sole e il vento, in taglie e forme tecnologiche compatibili con le nostre vocazioni territoriali non siano una minaccia per il territorio né occasione di speculazioni, ma indispensabili alleati e strumenti di sviluppo sostenibile”. A mio parere in quest’affermazione non si tiene conto di una serie di aspetti che sarebbe doveroso invece considerare. Non del progresso tecnologico – oggi è possibile la micro cogenerazione di energia elettrica e termica con CO2 Negativa o neutrale, utilizzando biomasse primarie e/o residuali in un’ottica di filiera corta, anzi cortissima, dando origine ad importanti sinergie con le produzioni agricole, uno dei punti di forza dell’economia salentina – non della necessità di valorizzare e sviluppare le risorse territoriali (proporre di limitare la produzione di energia ai bisogni locali sarebbe come dire che la Fiat dovrebbe limitare la produzione di automobili alla domanda di mobilità dei piemontesi) e, infine, non del senso di responsabilità che, nel mutato quadro energetico mondiale dovrebbe coinvolgerci tutti inducendoci a fornire il maggior contributo possibile, in considerazione delle risorse naturali di cui disponiamo e nel pieno rispetto delle esigenze di sicurezza e sostenibilità ambientale, per limitare i prevedibili e gravi danni all’ambiente che deriveranno dalla sostituzione dell’atomo con i combustibili tradizionali.

*Vander Tumiatti - esperto UNEP e fondatore Sea Marconi Technologies


articolo apparso su Paese Nuov. Foto Diretta News

giovedì 28 aprile 2011

Dall'eco/sentire all'eco/abitare nel Salento di Vander Tumiatti












Il mio interesse per il territorio salentino nasce grazie alla curiosità e allo spirito di apertura nei confronti di tutto ciò che coniuga la natura e il paesaggio al mio mestiere di imprenditore nei settori dell’energia ed ambiente, e insieme a questo una mia consueta attenzione per lo studio del paesaggio in relazione alla sua conservazione. Era inevitabile, quindi, per approfondire queste conoscenze in relazione al territorio Salentino, l’incontro con le opere di Rossella Barletta, in particolare con quelle dedicate alle architetture contadine (edite da Capone editore), muretti a secco e “pagghiari” in Salento. Dopo essermi imbattuto in queste pubblicazioni durante un breve periodo di vacanza trascorso in Salento mi sono procurato subito questi libri e altre simili. Le architetture che sono descritte in queste opere sono dei veri e propri esempi di bioarchitettura ante litteram, strutture che coniugano l’antica arte della costruzione alla salvaguardia dell’ambiente di cui fanno parte; dall’utilizzo di materiali naturali al impiego pressoché nullo di procedimenti di costruzione che possano interferire con la natura, e nel pieno rispetto del paesaggio. Penso che possiamo imparare molto dallo studio di queste testimonianze, adesso che siamo definitivamente entrati in un’epoca in cui una visione ecologica e di ‘impatto zero’ sull’ambiente devono dominare ogni scelta, politica, sociale e soprattutto economica. Queste architetture sono quanto di più bello, in Salento, ci è stato donato dagli antenati che hanno abitato in passato queste terre. Mi sono sempre chiesto se anche noi saremo capaci di raccogliere una sfida simile, riuscendo a trasmettere a chi verrà dopo di noi un bagaglio di conoscenze e di sensibilità simile nei confronti del paesaggio naturale, lasciando esempi di bioarchitettura tangibili che mantengano per un altro secolo o più queste premesse coniugando l’eco-abitare all’eco-costruire. Ma a tutt’oggi, almeno da quando frequento con più assiduità queste “latitudini”, sembra divenire sempre più impellente la necessità di sviluppare ipotesi utili per il territorio salentino circa il suo sviluppo sostenibile, inteso ovviamente come uno sviluppo che soddisfi i bisogni presenti senza eccessivo danno per le generazioni future. Intento realizzabile solo con il noto assioma ambientalista dell’agire localmente e pensare globalmente. Ma ancora più mi preme sottolineare in questa sede, che sarebbe importante creare sempre più frequenti momenti di riflessione sui fondamenti etici della complessiva e complessa questione ambientale nel Salento e in prospettiva sulla situazione odierna nazionale, europea ed internazionale (sulle energie rinnovabili e sulla loro utilità, sulle tecniche di tutela degli eco/sistemi), nella convinzione che la finalità dell’ecocompatibilità come tema affrontato sia ad oggi fondamentale per una valorizzazione etica non solo dell’esistenza nella sua componente socio-economica, ma anche per tutta la realtà ecosistemica intesa come comunità biotica. E in questa prospettiva potenziare l’analisi dei processi o prodotti sociali, economici, culturali, che hanno la capacità di integrarsi con l’ambiente in cui vive l’essere umano e in generale con l’ecosistema circostante, al fine di promuovere dunque lo sviluppo sostenibile in relazione ai tre grandi ambiti di riferimento: economico, ambientale, sociale. Buona eco/visione a tutti!

*Vander Tumiatti esperto UNEP (United Nations Environment Program-Ginevra) ,Ass. Secretary IEC (International Electrotechnical Commission- Ginevra), Imprenditore e Fondatore della Sea Marconi Technologies Italia(www.seamarconi.com).

Paese Nuovo del 02/02/2011

mercoledì 27 aprile 2011

Un po’ di decoro … anche per le energie alternative. Intervento di Vander Tumiatti












La Giornata del Risparmio Energetico 2011 (a cui hanno aderito anche numerosi enti pubblici e privati in tutto il Salento), special edition per i 150 anni dall’unità d’Italia, è trascorsa da qualche giorno oramai, e anche quest’anno hanno aderito associazioni, scuole, aziende e case in tutt’Italia. Allo stadio attuale della ricerca tecnologica è già possibile produrre energia con il sole, il vento, il mare, la geotermia o con le biomasse. Forse, facendo appello all’inesauribile ingegno italico potremmo veramente cominciare a misurarci con la green economy adottando un sistema pulito per spegnere lo spreco e accendere un futuro eco/sostenibile. Ma prima di proseguire su questo tipo di tematiche che ci porterebbero lontano vorrei, come mio solito da qualche tempo a questa parte, segnalare due interessanti pubblicazioni che parlano in diversi modi di futuro sostenibile . Il primo libro è di Antonio Galdo, per i tipi di Einaudi, dal titolo “Basta poco”, che spiega quali sono i piccoli “trucchi del mestiere” coi quali nel nostro quotidiano possiamo incominciare a cambiare il nostro punto di vista e atteggiamento nei confronti dell’eco-sistema nel quale viviamo e che dobbiamo preservare. Ho memorizzato questo passaggio del lavoro di Galdo, che trovo particolarmente stimolante: “Lo spreco è stato il motore truccato di un capitalismo senza anima. Ma la grande crisi ci costringe a cambiare. Che fare? Basta poco per una nuova vita, ma può valere molto.” In questo caso, il riferimento all’anima non può non far ritornare alla mente Bergson e il suo “supplemento d’anima”, quello necessario a dominare le forze irrefrenabili dell’intelligenza umana e di cui forse avremmo maggiore bisogno per tentare di rimediare ai guasti prodotti da un’idea di sviluppo, non si sa se più irresponsabile o più inconsapevole. Seconda pubblicazione eco/compatibile è per la casa editrice di Tricase (Youcanprint) che ha dato alle stampe il volume L’Utopia verde di Giuseppe Gagliano. L’obiettivo del volume, agile nei contenuti e nello stile, è da rintracciare nella disamina delle principali scuole di pensiero strategico nell’ambito dell’attuale fenomeno “ecoterrorista” prendendo in considerazione, con rigore scientifico, i risultati delle analisi delle agenzie di intelligence europee e americane. Forse un troppo “complottistico”, ma vale la pena leggerlo. In effetti, il pericolo che gruppi organizzati di integralisti, islamici o no, entrino in possesso di sostanze proibite dotate di un potere distruttivo che vagamente riusciamo ad immaginare, è estremamente reale, moltiplicato dalla dissoluzione di tirannie o dei cosiddetti “stati canaglia” – elenchi che sostanzialmente coincidono - mette a disposizione dei terroristi, ma anche di sette di varia ispirazione (come accaduto qualche anno fa nella metropolitana di Tokio, invasa dal Sarin) enormi quantitativi di sostanze tossiche, radioattive o batteriologiche che prima o poi potrebbero essere impiegate con effetti devastanti nelle nostre città. Contrastare questo fenomeno è sicuramente uno degli obiettivi che dei servizi di “intelligence” dei Paesi avanzati e richiede un vigilanza attenta e il coordinamento dei diversi apparati di sicurezza. Certamente meno pericoloso, ma comunque assai deleterio sotto molti punti di vista, come ho avuto modo in altre occasioni di sottolineare, l’uso terroristico dell’informazione ambientale con il fine non di contribuire a salvare vite umane da pericoli ahimé palpabili e reali, ma solo allo scopo di trarne vantaggi di tipo economico e non solo.

Vander Tumiatti , esperto Unep e fondatore di Sea Marconi Technologies. Intervento apparso sul quotidiano Paese Nuovo

martedì 26 aprile 2011

L'ecologia della scrittura di Vander Tumiatti










Trovo che il Salento sia un territorio ricco di storia e con grandi opportunità da valorizzare in termini di risorse umane e naturali. Ho investito ed investo nel Salento (dal 1992) e credo nel suo futuro. Ho preso una certa dimestichezza, io veneto di origine, torinese di formazione (dal 1953) ed imprenditore (Sea Marconi, azienda che opera dal 1968 in oltre 40 paesi) innanzitutto con i luoghi del piacere turistico ed enogastronomico, che qui spesso raggiungono “vette altissime”. Ma apprezzo molto la sua cultura editoriale attenta alla tutela del paesaggio e alla diffusione di una “Ecologia della Scrittura” ricca di solidi spunti di analisi. Occupandomi professionalmente di sviluppo sostenibile globale e di bioenergie ho frequentato con “parsimonia” le librerie del capoluogo salentino (Liberrima, Palmieri, Icaro, Mondadori in Piazza S. Oronzo,Giunti in corso Vittorio Emanuele, la piccola Gutenberg). Ed è stato così che mi sono imbattuto in due libri del Professor Ferdinando Boero editi da Besa e Controluce. L’autore, zoologo marino dell’Università del Salento, in soli due anni è riuscito a pubblicare due libri che, pur non avendo nulla di scientifico nel senso consueto del termine, affascinano come una splendida avventura di pura finzione, non presentando note, citazioni erudite, linguaggio specialistico, insomma tutte le caratteristiche delle pubblicazioni accademiche, che spesso tediano anziché incuriosire il lettore. Il primo titolo “Ecologia della bellezza” mi ha interessato perché cerca di lanciare un messaggio molto più che positivo, ovvero che l’uomo vive in un mondo bellissimo, dove tutto è proporzione, funzionalità eco/sistemica e che forse tanta bellezza può essere l’oggetto di una scienza della bellezza (la scienza unisce anziché dividere) che gli scienziati possono sviluppare e condividere con il genere umano. Il secondo libro, che ho letto in due giorni, è stato “Ecologia ed evoluzione della religione”, un’opera che secondo le intenzioni dell’autore si vuole chiedere se il genere umano sia una specie geneticamente religiosa e perché tutte le religioni siano diffuse così radicalmente in tutte le culture. Mi ha affascinato la risposta che ha dato Boero, ovvero che “l’uomo è un animale sociale e ha sviluppato la cultura proprio per comunicare, ed è forse proprio la religione il primo motore di questo processo”. Finendo la lettura di questi libri, faccio un bilancio preliminare (metafora dei“conti della serva”) ,e riscontro che la realtà dimostra la distanza con gli scenari rosei proposti. Risulta stridente la contrapposizione tra la realtà dei fatti quotidiani con i diversi mondi della “Cultura, della “Scienza”,della “Comunicazione” e della “Impresa”.Il primo, dove si intessono le relazioni e si origina il sapere, dove gli uomini formalizzano i loro modelli derivanti dalle loro esperienze di vita, il secondo, quello dove si applicano le leggi della scienza(fisica, chimica, economia, statistica,ecc), il terzo dove si verifica l’informazione e si formalizza rigorosamente la realtà dei fatti ed il quarto dove si misurano gli effetti qualitativi e quantitativi delle “soluzioni sostenibili”(prodotti offerti e/o utilizzati) in grado di soddisfare le esigenze del/i consumatore/i in termini di funzioni, qualità/prezzi,costi/benefici/rischi e disponibilità nel tempo richiesto. Nel Salento, dove la natura si è data con grande generosità, la distanza tra questi mondi risulta ancora più evidente che altrove. Un territorio come questo, in cui i quattro elementi di Empedocle: terra, aria, acqua e fuoco si fondono in proporzioni mirabili, meriterebbe di essere religiosamente protetto e valorizzato, non dico facendone un santuario, ma almeno salvandolo dalla miopia di chi irresponsabilmente ne ha fatto e continua a farne scempio. In che modo? Soprattutto favorendo la cultura dello sviluppo sostenibile focalizzata sinergicamente e concretamente sui fattori tecnologici,economici ed ambientali in senso lato, dove siano considerati e valorizzati tutti gli aspetti reali e concreti che contribuiscono a migliorare la qualità della vita dei cittadini e delle imprese. Purtroppo, ciò che ho ripetutamente constatato in questi ultimi anni sembra andare in direzione opposta. Ogni giorno nuove ferite vengono aperte in questo meraviglioso Salento, ad opera di poche persone ed organizzazioni irrazionali, incapaci e rapaci che lo sfruttano senza ritegno, indisturbate, vanificando ogni progetto di sviluppo. E a volte accade che proprio quando, in apparenza, sembrano emergere maggiore attenzione e sensibilità, si creano ad arte allarmi ingiustificati il cui solo scopo è di distogliere l’attenzione da chi opera nell’ombra perseguendo i propri inconfessabili interessi. In questi casi si realizza una saldatura, tra un “Ambientalismo Talebano” ed alcuni poteri che traggono ciascuno vantaggi dal pericolo evocato e dai “Falsi Allarmismi”propinati. E l’ambiente? Ridotto a mero strumento di soldi e potere di una ristretta casta.

Vander Tumiatti esperto UNEP (United Nations Environment Program-Ginevra) ,Ass. Secretary IEC (International Electrotechnical Commission- Ginevra), Imprenditore e Fondatore della Sea Marconi Technologies Italia(www.seamarconi.com).

articolo apparso su Paese Nuovo

mercoledì 20 aprile 2011

Effetto Serra e opportunità di sviluppo sostenibile di Vander Tumiatti












Com’è noto, il ciclo del Carbonio e le emissioni di CO2 rappresentano una metafora sintomatica della vita dell’uomo, della sua storia e della sua evoluzione nel XXI secolo. All’attuale scenario antropogenico del “Pianeta Terra”, caratterizzato dalle attività di più di 6 miliardi di abitanti, sono correlate le conversioni delle matrici carboniose (come i combustibili solidi, liquidi e gassosi) e le equivalenti emissioni nell’atmosfera di circa 5,5 Gigatonnellate/anno di Carbonio (United Nations Environment Programme - UNEP - 2009). Sappiamo che ad ogni attivitŕ umana corrisponde una “Impronta di Carbonio” (Carbon Footprint), misurabile in unità di Kg di CO2 equivalente (CO2e). La CO2 è l’unità di misura adottata dagli Organismi Internazionali per valutare gli effetti climatici, noti come “Effetto Serra”, quantificando cosě il loro potenziale contributo al riscaldamento globale del Pianeta Terra - GWP (Global Warming Potential). L’aumento della temperatura media innesca fenomeni come la siccità ed estesi incendi, gli eventi climatici estremi provocano anche instabilità nei mercati e indisponibilità delle materie prime alimentari, con immediate ripercussioni globali. Gli esperti di fenomeni climatici globali disegnano uno scenario impressionante, che include la perdita fino all’80% della foresta amazzonica, l’innalzamento del livello dei mari, il drammatico aumento di fame e sete nel mondo. Per mitigare queste criticità è prioritario introdurre nuove generazioni di impianti di conversione delle matrici carboniose che riducano progressivamente l’impatto globale della CO2, e delle sostanze tossiche persistenti correlate. La progressiva riduzione delle emissioni si realizza con “Politiche di Sviluppo Sostenibile Globale” che incentivino l’ideazione, la progettazione, la costruzione e la gestione di nuovi processi di conversione efficienti, altamente integrati, compatti e flessibili. Questi impianti consentono di realizzare la conversione primaria della matrice carboniosa iniziale, con alta resa energetica, basso impatto ambientale e limitate emissioni, fino a determinare bilanci classificabili a “CO2 neutrale”. Si possono quindi realizzare delle sorprendenti condizioni di conversione con “CO2 Negativa”, nel caso dei processi di pirolisi di biomasse primarie e/o residuali, e l’utilizzo del carbone vegetale prodotto (biochar) come ammendante (una tantum) dei terreni agricoli ed in grado di intensificare (per decenni) le rese agricole con aumenti fino ad oltre il 20% annuo e realizzare il sequestro perenne del carbonio, fino a 3Kg di CO2 per Kg di biochar, (www.biochar.org). Produzioni locali di “Filiera Corta”, con colture dedicate ed ad alta resa, possono realizzare la produzione ecosostenibile di biomasse primarie per ricavare materie prime biogeniche, principi attivi ed essenze per l’industria (tessile, chimica, farmaceutica, alimentare, ecc.), produrre bioenergia e consentire la fitodepurazione dei terreni contaminati (es. nelle aree dismesse). Analogamente è possibile valorizzare decine di milioni di tonnellate/anno delle tradizionali biomasse residuali dell’agricoltura (es. sfalci di potatura dell’ulivo, della vite; lolla di riso, pula di grano, paglie in genere, ecc.) evitando che divengano fonte di inquinamento atmosferico attraverso la loro combustione incontrollata nei campi. La valorizzazione dei terreni agricoli marginali, normalmente incolti, si può ottenere ad esempio con la coltivazione di canna comune (Arundo Donax) la quale ha un’alta produttività (36,8 tonnellate e più per ettaro/anno di sostanza secca, con potere calorifico di circa 18.000 KJoule/Kg), associata a bassi costi di produzione, nessun fertilizzante, poca irrigazione, pochissima manodopera. I vantaggi di questa coltivazione sono evidenti, con coperture pluriennali garantite ed indicizzate agli indici internazionali del petrolio e gas (es. fino a 50 Euro per tonnellata pari a 1.800 Euro/ettaro l’anno). Settori tradizionalmente in crisi, come quello agricolo, potrebbero cosě tornare a produrre ricchezza e nuove opportunità di lavoro locale, nel rispetto del paesaggio e del territorio, migliorando la qualità di vita delle popolazioni e dell’ambiente. Tecnologie innovative, “Zero Emissioni”, sono in corso di ricerca e sviluppo per la conversione fotochimica della “CO2 e di altri microelementi residuali” in biomassa algale ad alta resa (prospettive di incremento della produzione, per ettaro equivalente, fino a 50 volte superiore rispetto alle altre tradizionali produzioni). (nota m) Nello scenario futuro un ruolo importante sarà svolto dalla cogenerazione decentrata CHP (fino ad 1000 KWe elettrici + termici) in grado di fornire differenti soluzioni tecnologiche per l'efficiente conversione bioenergetica delle biomasse e di garantire produzioni di energia con disponibilitŕ operativa di almeno 7.500,00 ore/anno: 1- ORC (Oil Rankine Cycle) basata sulla combustione diretta delle biomasse in una caldaia dedicata accoppiata ad una turbina a vapore in grado di fornire rese elettriche tipiche del 16-18% (costo di investimento: circa 6.000,00 /KWe); 2- Piro- Gassificazione Flessibile & Catalitica, in condizione iperdinamica (in fase di industrializzazione) accoppiata ad un motore endotermico a gas, in cui le rese elettriche salgono fino al 27-28% (obiettivo di costo investimento di circa 3.500,00 euro/KWe); 3- MMA-SOFC (Molten Metal Anode - Solide Oxide Fuel Cell), dove la resa elettrica potrà arrivare fino ad oltre il 50% (in fase di R&S, con obiettivo di costo di investimento di circa 2.500,00 euro/KWe).

contributo apparso sul sito di Confindustria Lecce

martedì 19 aprile 2011

Sea Marconi: il laboratorio analisi

Il nuovo laboratorio, situato in un’ala dell’edificio in via Ungheria 20 a Collegno (Torino, Italia), è tra i più attrezzati ed innovativi al mondo nel suo settore, effettua annualmente circa 50.000 prove su 10.000 campioni, che confluiscono nella più grande Banca Dati Analitica indipendente a livello internazionale.
La professionalità e l'elevata competenza tecnica del laboratorio Sea Marconi sono state riconosciute con la consegna, nel marzo 2009, del certificato di accreditamento SINAL (vedi elenco delle prove accreditate sul sito web SINAL).

Avendo sottoscritto le convenzioni SINAL e ILAC (International Laboratory Accreditation Cooperation), il laboratorio Sea Marconi emetterà rapporti di prova, relativi alle prove accreditate, con validità dell'accreditamento in tutte le nazioni che partecipano al mutuo riconoscimento degli organismi di accreditamento (vedi elenco), quindi tutte le nazioni europee e la maggior parte di quelle mondiali.

Il laboratorio analisi e ricerca Sea Marconi dispone di avanzata strumentazione tra cui gascromatografia ad alta risoluzione, spettrometria di massa, cromatografia liquida, spettrometria infrarossa, spettrometria al plasma, contatori di particelle, ecc. (HRGC-ECD; HRGC-MS; HRGC-AED; HPLC; ICP; IRFT; ecc.)